Riace

Riace dopo Mimmo Lucano, ovvero: della stupidità del male

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Chi segue questo sito sa che, come cooperativa, nei mesi scorsi ci siamo pubblicamente schierati a favore di Mimmo Lucano e del modello di accoglienza e integrazione che costui era riuscito a mettere in piedi a Riace, in particolare supportando l’iniziativa di Chico Mendes sulla valuta parallela introdotta dall’ex sindaco.

Vale la pena tornare oggi su quella vicenda perché, com’è noto, a Riace ci sono state le elezioni, che hanno eletto sindaco Luigi Trifoli (ufficialmente con una lista civica, all’interno della quale però figurano diversi esponenti della Lega o del movimento Noi con Salvini), ed estromesso Lucano non solo dal ruolo di primo cittadino, ma proprio dal consiglio comunale.

I media mainstream (a partire da quelli del cosiddetto servizio pubblico) hanno interpretato questo risultato elettorale come la prova del fallimento del suddetto modello di integrazione, nonché del fatto che “il popolo” non fosse poi così soddisfatto di quel tipo di politiche. Ad avvalorare la tesi, secondo i suoi sostenitori, ci sarebbe stato anche il fatto che Riace non è stata la sola città-simbolo dell’accoglienza a veder trionfare istanze “sovraniste”: risultati analoghi si sono infatti registrati anche a Lampedusa e Rosarno.

Tuttavia esistono altre interpretazioni, lontano dagli schermi televisivi e dalle pagine dei quotidiani a maggior tiratura.
C’è, ad esempio, il racconto di Tonino Perna su Comune.info.

La Lega ha vinto perché già da questo inverno aveva preparato, tramite il suo delegato nella Locride, una strategia formidabile. I leghisti avevano fatto promesse, in caso di vittoria sarebbero arrivati i soldi. Basta una parola del ministro e la Prefettura paga gli arretrati e la gente potrà finalmente respirare. Per capire meglio bisogna sapere, infatti, che da quasi due anni ottanta giovani di Riace e dintorni, decine di esercizi commerciali, i pochi migranti rimasti sul posto, aspettavano di essere pagati. Per sette anni si erano abituati essere pagati subito in moneta locale (con l’effige di Nelson Mandela, Peppino Impastato, Che Guevara, ecc.), poi, quando il Comune riceveva i soldi dalla Prefettura, la moneta locale veniva convertita in euro. Il sistema funzionava bene, aveva dato un grande impulso all’economia locale, ed è crollato quando lo Stato ha bloccato i pagamenti dovuti.

In democrazia, ad ogni modo, spesso il risultato finale conta più dei mezzi utilizzati per ottenerlo. Ma è altrettanto vero che le elezioni servono per dare a qualcuno la possibilità di governare un territorio, e che in un Paese decente la funzione della stampa è quella di fare da “cane da guardia” al potere.

Così Carmine Fotia racconta, su L’Espresso di questa settimana, cosa è diventata la Riace post Lucano.

E’ un deserto che hanno chiamato pace: le botteghe artigiane, dove i migranti avevano imparato un mestiere, chiuse, sbarrate le porte di palazzo Pinnarò dove aveva sede l’Associazione Città futura; i rifiuti – raccolti con gli asinelli per poter passare nei vicoli da una cooperativa sociale cui Lucano aveva affidato la raccolta dell’immondizia, commettendo secondo la procura [di Locri, n.d.r.] un gigantesco reato – si accumulano nei vicoli, i commercianti hanno visto calare i loro introiti, gli italiani che lavoravano con i migranti hanno perso il lavoro (…).
Basta spostarsi di qualche passo e scendere nel cuore del vecchio borgo e la musica cambia. «Come vanno le cose? E non lo vedete coi vostri occhi? Dove prima giocavano i bambini, i miei figli insieme a quelli dei migranti, ora c’è un mortorio, e anche gli affari sono calati del 50%» (…). 

Doveroso ricordare che fine abbiano fatto le accuse nei confronti di Lucano: la corte di Cassazione che ha deciso il rinvio a giudizio di Lucano ha fatto sopravvivere solo 2 dei 14 reati contestati dalla Procura di Locri.

A Riace, ha dettto chiaramente la Suprema Corte, «non ci sono state né ruberie, né truffe, né matrimoni di comodo. Il contestato appalto per la differenziata, assegnato dal Comune a due cooperative del paese che impiegavano italiani e migranti, è stato gestito in modo assolutamente regolare. E’ la legge a prevedere la possibilità di affidamento diretto a cooperative sociali “finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate” a condizione che gli importi del servizio siano “inferiori alla soglia comunitaria”.

Va ricordato anche che è stato proprio il governo giallo-verde, nel maxi-emendamento alla legge finanziaria dell’anno scorso ad innalzare la soglia di spesa entro la quale i sindaci possono affidare i lavori senza gara d’appalto, portandola da 40.000 a 150.000€. Provvedimento che ovviamente crea grossi problemi sul piano del contrasto alla corruzione, come rilevato qui da Luigi Olivieri.

In termini più semplici: quelli che contestano a Lucano di aver affidato lavori senza gara d’appalto sono gli stessi che ritengono giusto affidare lavori senza gara d’appalto, in nome dell’efficienza e della “politica del fare”.

Questa, dunque, la situazione a Riace. C’è solo da sperare che la piccola cittadina calabrese non sia un’anteprima di ciò che potrebbe accadere su scala nazionale, in un futuro che ci auguriamo non arrivi mai.