LA CIVILTÀ DEL CAFFÈ: STORIA, MITI, LEGGENDE, CURIOSITÀ

Sono moltissime le leggende sulla scoperta o, per meglio dire, "l'invenzione del caffè" tramandate dal mondo musulmano, il primo a farne uso sistematico: un pastore che ha visto ballare le sue capre che avevano mangiato la bacca o le foglie; un derviscio, un sufi o un imam che grazie all'infuso hanno ruotato più velocemente che mai, raggiunto l'illuminazione o fatto finalmente una bella predica; persino Maometto a cui l'arcangelo Gabriele serve il caffè, il kahwa (kahvé in turco).... comunque sia, come tutte le storie che si rispettino, c'è anche una preistoria del caffè un po' più misteriosa.

Secoli, millenni fa la pianta cresceva già in Etiopia (secondo alcuni la provincia etiope di Kaffa avrebbe dato il nome alla bevanda); ma era forse originaria del Kenia, da dove l'avrebbe portata l'etnia oromo (che ne faceva un uso rituale), frequentemente ridotta in schiavitù dagli Etiopi... e così anche in questa preistoria del caffè è presente la maledizione che accompagna il diffondersi della bevanda allo schiavismo, e che ritroveremo su grande scala nell'età moderna. A Kaffa predominano tuttora le piantagioni della specie Robusta, la più vicina alla pianta originaria uscita forse dalle foreste del Kenia; ma è probabilmente nella regione di Harrar che deve essere avvenuta la selezione per cui dall'originaria Robusta si è evoluta la profumata e delicata specie di caffè che, benché universalmente conosciuta come Arabica, è nata in realtà nell'Africa orientale.
La tappa successiva è costituita dallo Yemen, dove, forse sempre attraverso il commercio degli schiavi, la pianta e la bevanda sarebbero arrivate nel porto di al-Makkha, forma corrotta in Mocha o Moka, divenuto ben presto uno dei nomi universali del caffè. Il primo a preparare la bevanda con i grani (e non con le foglie, come in Etiopia) sarebbe stato intorno al 1200 il mistico al-Shadhili. I shadhiliti suoi discepoli e discendenti erano una setta sufi: il loro uso rituale del caffè (nelle vorticose danze dei dervisci rotanti, ad esempio) avrebbe incontrato anche qualche resistenza nell'Islam più ortodosso che condannava tutte le sostanze "inebrianti".
Secondo l'espressione alquanto irriverente di Stewart Lee Allen (La tazzina del diavolo), "i sufi sono gli hippy dell'Islam; quando intorno al 1480 cominciarono ad usare il caffè nei loro riti religiosi nella città santa della Mecca, fu come se qualcuno si fosse acceso uno spinello in Vaticano". L'uso del caffè e dei locali pubblici dove si consumava la bevanda era comunque ampiamente diffuso in tutto il mondo arabo quando i Turchi ottomani conquistarono lo Yemen. Proprio ai Turchi ed ai molti contatti dell'Impero Ottomano con l'Europa nell'Età Moderna - commerci, pacifiche ambascerie come quella mandata dal Sultano a Luigi XIV e condita dalla degustazione di caffè, ma anche devastanti campagne militari nell'Europa centrale e balcanica - si deve la diffusione del caffè nel Vecchio Mondo.

L'uso della bevanda in Europa comincia, a seconda delle tradizioni, in molti luoghi contemporaneamente alla metà del Seicento, ed è forse impossibile stabilire con precisione e al di là di ogni dubbio se il primo caffè europeo sia stato aperto a Venezia, a Oxford, od a Parigi. Quanto al consumo domestico quotidiano del caffè (per ora comunque limitato ai ceti privilegiati e spesso, all'inizio, per scopi terapeutici) nell'Europa centrale, sarebbe cominciato su larga scala, come afferma la tradizione viennese, quando i Turchi, togliendp l'assedio del 1683, lasciarono migliaia di sacchi di caffè sotto le mura della capitale asburgica.
A questo punto, quella del caffè diventa davvero una storia che è Storia, benché sia una storia costellata di figure dai contorni pur sempre leggendari: come l'armeno Pascal che avrebbe aperto il primo caffè a Parigi nel 1672 e forse è la stessa persona che con il nome di Pasqua aveva gestito il primo caffè di Londra vent'anni prima; come l'avventuroso cavaliere francese Gabriel De Clieu che sarebbe riuscito a trapiantare nella Guadalupa le piantine di caffé provenienti dalla serra del re Luigi XV.

Scrisse lo storico francese Jules Michelet, attribuendo l'affermarsi del razionalismo e dell'illuminismo alla trasformazione dell'Europa in una società di bevitori di caffè:

"Per questa esplosione di pensieri creativi non c'è alcun dubbio che l'onore debba essere ascritto, almeno in parte, al grande evento che creò nuove abitudini e perfino mutò l'indole umana: l'avvento del caffè".

E' certo che la diffusione del caffè in Europa nel XVII e XVIII secolo, nel consumo domestico come nella diffusione dei locali pubblici, si accompagna ad una sorta di rivoluzione degli stili di vita e della stessa salute dell'europeo medio, che smette di far colazione con la birra e trova sostanze alternative all'alcool per gli usi sociali, le visite, le conversazioni. Ciò incontra successo particolare e una motivazione in più se è un puritano o comunque un membro appartenente a confessioni di matrice calvinista, avverse all'alcool: non per niente sarà un'altra setta religiosa "non-conformista", quella dei quaccheri, a porsi in prima fila nello sfruttamento commerciale dell'altra bevanda esotica venuta di moda nel Settecento, la cioccolata.

Voltaire, Diderot e Benjamin Franklin si incontrano, conversano, discutono al mitico caffè Procope di Parigi, fondato dal siciliano Procopio de' Coltelli. Pope, Swift, Hogarth frequentano con non minore entusiasmo i caffè londinesi. Ma di lì a poco la "mano sinistra della corona" nelle faccende coloniali inglesi, la Compagnia delle Indie, spingerà a svantaggio del caffè i consumi inglesi del tè, tra l'altro realizzando una sorta di branding ante litteram, tutto impostato sull'immagine delle sobrie e tranquille virtù del tè, di cui si comincia a fare largo uso nelle conventions religiose metodiste e non-conformiste e nelle associazioni per la Temperanza (ce n'è una descrizione molto gustosa nel Circolo Pickwick di Charles Dickens), e il tè nell'Ottocento è oramai entrato anche nei consumi popolari albionici.

Le documentazioni artistiche si infittiscono. La deliziosa Cantata del Caffè di Johann Sebastian Bach inscena la vicenda di un padre e di una figlia che accetta di sposarsi solo se il futuro marito è disposto a sottoscrivere la clausola del libero caffè: si continuava infatti a pensare che troppo caffè facesse male alla più apprezzata dote femminile, la docilità. La commedia La Bottega del caffè di Carlo Goldoni descrive un luogo oramai irrinunciabile della socialità europea dei ceti medio-alti.
Accanto a questi aspetti, c'è da sottolineare purtroppo che la diffusione della schiavitù nell'età moderna è legata allo sfruttamento delle grande piantagioni di prodotti coloniali (caffè, cacao, zucchero, cotone, le commodities dell'attuale mercato globale) in Asia, Africa e America. Fino a tutto il Seicento la sede principale dello smercio del caffè verso l'Europa restava il già citato porto yemenita di Moka, dove il prodotto si vendeva a prezzi altissimi. I primi a sfruttare la coltivazione della pianta al di fuori del mondo arabo, e a impiegare nelle piantagioni le popolazioni delle terre annesse come colonie, sono gli Olandesi: nel XVII secolo piantano semi provenienti dalla Mecca a Giava, nei secoli successivi fino al Novecento costringono i contadini indonesiani a coltivare il caffè (trascurando, per conseguenza, il riso, loro principale fonte di sostentamento) e a "venderglielo" in regime di monopolio. In condizioni simili, di sfruttamento delle popolazioni locali sottoposte a spagnoli, portoghesi, francesi, inglesi, olandesi, se non di schiavismo tout-court come nelle grandi piantagioni brasiliane, il caffè si diffonde in America: nel Suriname, nella Martinica e in tutte le Antille, in Colombia, in Venezuela, poi in Brasile, oggi il principale produttore mondiale. Ci fu un periodo in cui la Francia, intenzionata a diventare il maggior produttore del mondo, trasportò trentamila africani all'anno alla Martinica (ma nel 1791 gli schiavi di Haiti si ribellarono e crearono il primo governo libero di gente nera nell'emisfero occidentale). Quanto a schiavi, il record spetta al Brasile: nel corso di due secoli tre milioni di schiavi nelle piantagioni di caffè, cinque in quelle di zucchero.

Fino a tutto il Settecento e in parte nell'Ottocento il caffè rimane comunque una sostanza il cui consumo veicola riti sociali, conversazioni, scambio di idee e di notizie, fino a diventare un simbolo di questo Piccolo Mondo Antico (pensiamo al famoso bicerin di Cavour). Ma alla fine dell'Ottocento e nel Novecento assistiamo ad una rivoluzione basata non più sulla qualità/socialità ma sulla quantità e il largo consumo, che spesso sostituisce il beverone al profumo della sostanza e dei suoi riti. Per i popoli del Nord Europa, una sorta di tisana; negli U.S.A. il caffè consumato intorno al bivacco dei cowboys o dei pionieri, al distributore dell'ufficio e della fabbrica, o in preoccupate riunioni volanti di manager e detectives, come si vede nei film.

La più vera e americana delle tazze è quella che si forma solamente sotto a uno stufato di poltiglia... l'America è famosa in tutto il mondo non solo per usare la qualità più scadente, ma anche per usarla nel più oltraggioso modo possibile... il vero caffè deve essere acquoso e abbondante come l'acqua del Mississippi
(La tazzina del diavolo)
Quanto al caffè istantaneo, Stewart Lee Allen ne connette l'invenzione alla guerra e all'esercito U.S.A. dove imperava la convinzione che il caffè rendesse i soldati più aggressivi e determinati. Soprattutto la produzione di caffè istantaneo fu incoraggiata dalle ricerche militari:

All'avvento della Seconda Guerra Mondiale esistevano centoventicinque stabilimenti per la tostatura sul campo e ventidue in patria che producevano caffè istantaneo per i nostri ragazzi... Milioni di soldati ritornarono sperimentando associazioni proustiane che collegavano il gusto del caffè istantaneo ad alcune delle loro più vivide esperienze di vita... entro il 1958 un terzo del consumo domestico era prodotto con caffè istantaneo. Questa tendenza continuò fino alla guerra del Vietnam, quando i veterani ritrovarono solo i ricordi più amari in una tazza di Taster's Choice.
Davvero il caffè ha rischiato di diventare, come sostiene un opuscolo scritto da un indù e trovato da Allen sulle bancarelle di Calcutta, "la bevanda-simbolo di una razza di sociopatici iperattivi determinati a distruggere la Madre Terra" ? Sembrerebbe di sì, stando ai tragici scenari attuali della produzione del caffè, con 125 milioni di produttori messi in ginocchio nell'ultimo decennio da una crisi di sovrapproduzione, dai ricatti dei coyotes che dominano l'intermediazione, delle multinazionali, del mercato globalizzato che determina il prezzo dalle borse di New York e Londra con il sofisticato meccanismo finanziario dei futures, con la deforestazione dell'America Latina e di altre regioni del mondo per produrre sempre più caffè "a pieno sole". Ma noi del Commercio Equo e Soldale possiamo anche formulare una morale della favola alternativa e meno pessimistica: la ricostruzione di un'autentica "civiltà del caffè" deve ripartire dal rispetto dei diritti dei produttori, dalla sostenibilità ambientale, dalla qualità, qualità etica e qualità del prodotto. Solo così la "tazzina de diavolo" tornerà ad essere il piccolo sole attorno a cui ruotano socialità, piacere, amicizia, scambio di emozioni e di pensieri.

IL SAPORE AMARO DELLA GLOBALIZZAZIONE
OSSIA
LA SITUAZIONE DEI PICCOLI PRODUTTORI NELL'AMBITO DELLA CRISI MONDIALE DEL CAFFÈ

Dopo che intorno alla metà degli anni Novanta il prezzo medio pagato ai produttori aveva raggiunto i 250 dollari per 100 libbre, nel 2002, mentre al dettaglio il prezzo della nostra lattina o confezione sottovuoto resta pressoché invariato, si sono pagate 50 libbre per la stessa quantità (il prezzo è grosso modo quello stabilito dalle borse di New York per la qualità Arabica e di Londra per la qualità Robusta). Non così nel Fair Trade dove nel 2002-2003 il prezzo medio resiste a quota 126 dollari (141 per il biologico).
Attualmente si calcola che siano circa 125 milioni i produttori di caffè, un dato che ci permette di valutare la drammaticità della crisi (in molti casi i piccoli produttori riescono a coprire non più del 60% dei costi di produzione). Alcuni stati in particolare sono drammaticamente coinvolti: Honduras, Vietnam, Etiopia, precipitati nel vortice del debito internazionale e dei ricatti a cui gli organismi internazionali come la Banca Mondiale e il WTO sottopongono i paesi poveri: il grafico elaboato da Oxfam (Gusto amaro: la povertà nella tua tazza di caffè, a cura di Oxfam, I Libelluli di ALTREconomia) ci permette di valutare l'impatto che la crisi del caffè ha su alcune nazioni di cui esso costituisce tradizionalmente a principale risorsa per le esportazioni.

UN MONDO PIÙ GIUSTO NELLA TAZZINA:
PROSPETTIVE E PROPOSTE PER IL CAFFÈ NEL FAIR TRADE

Da quanto esposto nelle precedenti schede appare chiaro che l'uscita all'attuale drammatica congiuntura del mercato del caffè richede strategie globali: incremento delle conoscenze dei produttori poveri e loro accesso al mercato in altre condizioni, economia solidale fra i produttori poveri, soluzione della crisi di sovrapproduzione rilanciando il potere decisionale di organismi internazionali di paesi produttori e incoraggiando le riconversioni delle produzioni trascurate a vantaggio del caffè, superamento delle troppe barriere fra produttori e consumatori, sostanziali cambiamenti nelle logiche di intervento dei paesi ricchi (soprattutto l'eliminazione del "doppio standard", vedi la scheda Il sapore amaro della globalizzazione) e di organismi internazionali come la Banca Mondiale e il WTO, perché "questo mondo non è in vendita".

Sono strategie che certo non possono essere praticate e spinte dal solo Fair Trade, dal solo Commercio Equo e Solidale. Tuttavia per il Fair Trade proprio il caffè e la sua filiera costitiscono uno dei principali campi d'azione e nel Fair Trade si sono sviluppate esperienze importanti, dallo storico UCIRI al recentissimo TATAWELO, ed è importante riflettere su di esse, senza mai dimenticare che una nuova "civiltà del caffè"deve ripartire dal rispetto dei diritti dei produttori, dalla sostenibilità ambientale, dalla qualità, qualità etica e qualità del prodotto (ma su quest'ultimo punto il Commercio Equo e Solidale italiano sa di avere le carte in regola: nel maggio 2002 la rivista Altroconsumo, mettendo a confronto le 13 miscele di caffè per uso domestico più diffuse in Italia, ha dato la palma del "miglior acquisto" alla Miscela Classica Altromercato).

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