Debunking myths

Il caffè di Starbucks è davvero Fair Trade?

Pochi giorni fa a Milano Starbucks ha inaugurato la più grande caffetteria d’Europa. O, come dicono loro, una “cattedrale del caffè”; definizione che tutto sommato non pare esagerata, almeno a livello architettonico.

Su questo evento ne sono state dette tante; i commenti tra il sarcastico e lo sconsolato per chi si è messo in coda all’alba, l’esposto del Codacons contro i prezzi troppo alti, fino al profluvio d’invettive genericamente no-global e nazional-patriottiche dei commentatori su YouTube, suggellate da inviti a consumare caffè solo nei Patrii baretti di provincia, icone di quel piccolo mondo antico che piace tanto ai nostri concittadini (e a chi li “governa” attualmente).

Di tutto ciò, francamente, ci importa poco.
L’aspetto su cui invece vorremmo concentrarci è un altro: il rapporto tra Starbucks e il mondo del Fair Trade.

La multinazionale è infatti segnalata dalla Fair Trade Foundation come esempio virtuoso di azienda impegnata a migliorare la vita dei produttori dei Paesi in via di sviluppo. Nella pagina in questione c’è un link ad un’altra pagina, che spiega in dettaglio in che modo Starbucks supporta il Commercio Equo.

Chi certifica cosa

Come spiegato nel rapporto Coffee Barometer 2018 dell’associazione Hivos, l’assenza di regolamentazioni pubbliche in molti Paesi produttori di caffè ha portato alla nascita di alcuni standard chiamati VSS (Voluntary Sustainability Standards), finalizzati a migliorare le condizioni economiche, ambientali e sociali dei produttori.

Tra questi c’è lo standard FLO di Fairtrade, gli ORGANIC (IFOAM 1995), Rainforest Alliance (RA 1995), e UTZ Certified (UTZ 2002).

Ora, Starbucks non si rifà a nessuno di essi: ne ha sviluppato uno per conto proprio, e -con un certo senso dell’ironia- l’ha chiamato C.A.F.È (acronimo di Coffee and Farm Equity). Lo ha fatto assieme a Conservation International (per gli amici CI), un’organizzazione “ambientalista” no-profit con sede ad Arlington, Virginia, e con una lista di partner aziendali tra cui spiccano McDonald’s, Monsanto, Exxon Mobile, Chevron, Amazon et similia.
Si tratta, insomma, di un’autocertificazione. 

La domanda che si sono posti all’Hivos è molto semplice: questi standard funzionano? La risposta si trova alle pagine 17 e 18 del report sovracitato.

Se queste iniziative stiano avendo o meno gli effetti desiderati è oggetto di acceso dibattito. Ci sono molti dubbi sul fatto che gli standard VSS si traducano davvero in un sistema efficiente, in grado di apportare benefici ai produttori di caffè, garantire i diritti dei lavoratori e adeguare la produzione ai cambiamenti climatici. Esiste una vasta letteratura di dati, report e analisi sul ruolo dei VSS nel miglioramento delle condizioni sociali e ambientali dei contadini e delle loro comunità. Numerosi studi hanno esaminato gli effetti del Commercio Equo e Solidale e delle certificazioni di caffè organico nei piccoli villaggi di produttori. Molti altri hanno esaminato le conseguenze degli standard di terze parti, come appunto RA e UTZ.

Da un lato sono evidenti il maggior guadagno, il più facile accesso al credito, la presenza di organizzazioni sindacali più forti e l’adozione di pratiche agricole più sostenibili.

Dall’altro lato i VSS tendono ad escludere i produttori più poveri e marginalizzati. Questi ultimi non riescono a soddisfare gli stringenti requisiti di produttività, e la situazione peggiora ulteriormente a causa dell’aumento dei costi a loro carico imposti dagli acquirenti.

C’è dunque una certa differenza tra ciò che è “Fair Trade certified” e ciò che è “ethically sourced”. Nel caso di Starbucks, è la stessa multinazionale, nel suo GLOBAL RESPONSIBILITY REPORT del 2013, a spiegare che ad essere “Fair Trade certified” è solo l’8,4% del caffè importato (pag.5).