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Previsioni vs realtà: dal NAFTA al TTIP al CETA

A settembre 2017 è entrato in vigore il CETA, il trattato di libero scambio tra Eunione Europea e Canada.
Ultimo di una serie di accordi di questo tipo, il più noto dei quali è probabilmente il TTIP, il famoso trattato contro cui, negli scorsi anni, si è mobilitata una rilevante porzione di opinione pubblica, e i cui negoziati possono dirsi, al momento, falliti.

Se ai lettori di questo blog risultano forse familiari le criticità di tali accordi (diminuzione delle tutele per i consumatori a favore delle grandi multinazionali; rischio -soprattutto nel caso del TTIP- per gli Stati di non poter approvare leggi a tutela dell’interesse pubblico se queste dovessero ledere i profitti di alcune grandi aziende), resta pur sempre in piedi la principale obiezione a tali critiche: il beneficio economico che questi trattati porterebbe a tutti. 

SONO AFFIDABILI LE PREVISIONI?

La litania è sempre la stessa: una diminuzione delle barriere e dazi doganali e la creazione di un unico grande mercato “libero” porterebbe a un aumento del giro di affari per le aziende, e -di conseguenza- ad un aumento dell’occupazione e del PIL, nonché un miglioramento del potere d’acquisto della popolazione, dato che l’allargata concorrenza farebbe diminuire i prezzi.
I sostenitori degli accordi hanno ovviamente prodotto svariati documenti che illustrano questi scenari con fior di cifre.

Tuttavia, sull’affidabilità di tali previsioni sono stati avanzati autorevoli dubbi. 

Ferdi De Ville (accademico all’Università di Ghent) e Gabriel Siles-Brugge (Università di Manchester), hanno pubblicato un articolo intitolato “Il TTIP e il ruolo del modello CGE (Computable General Equilibrium): un esercizio di manipolazione di aspettative fittizie”. Già nell’abstract si legge “Lungi dal costituire guide affidabili per sviluppi futuri, questi modelli sono funzionali solo all’agenda pro-liberalizzazioni della Commissione Europea, nonché ai fautori del TTIP”.
Dello stesso avviso il professor Clive George, economista dell’Università di Manchester incaricato dalla Commissione di condurre valutazioni sull’impatto di questi trattati. George ha definito questi studi “altamente speculativi”, spiegando che essi tendono ad “esagerare i benefici e minimizzare i rischi” concludendo che andrebbero “valutati con prudenza“.

LA REALTÀ: IL NAFTA, 23 ANNI DOPO

Ma se il futuro è -per definizione- un tempo in cui si possono al massimo fare appunto previsioni (più o meno affidabili), il passato e il presente offrono qualche garanzia in più.

E’ questo il presupposto da cui è partito il Center for Economic and Policy Research, che a marzo 2017 ha pubblicato un report dal titolo “Il NAFTA ha aiutato il Messico?”.  
Il NAFTA (North American Free Trade Agreement) è un trattato di libero commercio tra Messico e Stati Uniti, entrato in vigore nel 1994, e può considerarsi un equivalente del TTIP e del CETA. Presentato anch’esso come foriero di progresso economico (e non solo) per il Messico, su di esso si è appunto concentrato lo studio del CEPR. Gli autori hanno comparato le performance dell’economia messicana con quelle delle altre zone dell’America Latina basandosi su indicatori socio-economici; inoltre hanno confrontato l’economia messicana pre-NAFTA con quella post-NAFTA.

Tra i risultati figurano i seguenti:

  • il Messico è al 15esimo posto (tra gli ultimi) tra i Paesi dell’America Latina nella crescita del PIL pro-capite dal 1994 al 2016
  • il PIL pro-capite messicano è cresciuto in media dell’1% all’anno negli ultimi 23 anni, mentre la media degli altri Paesi dell’America Latina è stata dell’1,4%
  • secondo le statistiche nazionali messicane, il tasso di povertà in Messico era del 55,1% nel 2014, più alto di quanto fosse nel 1994: in termini assoluti, nel 2014 c’erano più di 20 milioni IN PIÙ di messicani che vivevano sotto la soglia di povertà (non è chiaro se si tratta della soglia di povertà relativa o a assoluta).
  • il tasso di disoccupazione in Messico è oggi del 3,8%, rispetto a una media del 3,1% nel periodo 1990-94 e del 2,2% nel 2000; questi numeri sottovalutano seriamente la vera mancanza di posti di lavoro, ma non mostrano un miglioramento del mercato del lavoro durante gli anni del NAFTA.
  • il NAFTA ha avuto un impatto grave anche nel settore primario messicano (lavoratori agricoli), in quanto il mais e altri prodotti sovvenzionati dagli Stati Uniti hanno spazzato via le famiglie contadine in Messico. Dal 1991 al 2007, 4.9 milioni di contadini messicani sono stati sfollati; mentre il lavoro stagionale nelle industrie agro-export è aumentato di circa 3 milioni. Ciò ha comportato una perdita netta di 1,9 milioni di posti di lavoro.
  • Le pessime prestazioni dell’economia messicana hanno contribuito a un aumento dell’emigrazione negli Stati Uniti. Dal 1994 al 2000, il numero annuale di messicani emigrati negli Stati Uniti è aumentato del 79%. Il numero di residenti messicani residenti negli Stati Uniti è più che raddoppiato, passando da 4,5 milioni nel 1990 a 9,4 milioni nel 2000, e ha raggiunto il picco a 12,6 milioni nel 2009.

Naturalmente -come precisano immediatamente gli stessi autori- il NAFTA non può essere additato come l’unico responsabile di questa situazione: ci sono molte altre variabili in gioco. Tuttavia, come si legge subito dopo:

Il NAFTA ha anche legato sempre più il Messico all’economia degli Stati Uniti, in un momento in cui l’economia americana stava diventando dipendente dalla crescita guidata dalle bolle speculative. Di conseguenza, il Messico ha subito una recessione quando la bolla del mercato azionario è scoppiata nel 2000-02, ed è stato uno dei paesi più colpiti della regione durante la Grande recessione degli Stati Uniti, con un calo del 6,7% del PIL. L’economia messicana è stata anche più duramente colpita dalla crisi del peso nel 1994-95, perdendo il 9,5% del PIL; crisi provocata dalla decisione della Federal Reserve statunitense di innalzare i tassi di interesse nel 1994.