In questa pagina troverete recensioni di libri e riviste dedicati al mondo del commercio equo e solidale, ma anche ai temi del consumo critico, del turismo responsabile, della finanza etica e tutto ciò che riteniamo possa essere un interessante spunto di riflessione per chi si occupa di questi temi.


Mappamondo postglobale

Una nuova lettura degli scenari mondiali di oggi, e verosimilmente di domani, misurata, oggettiva e documentata nei toni, quanto preoccupante nei contenuti, per molti aspetti profetica, viene proposta da Mappamondo postglobale di Alessandro Volpi, professore associato di storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze della Politica della Facoltà di Scienze Politiche di Pisa. Scritto mesi prima che si cominciasse a parlare dei mutui subprime e dell’esplodere della questione del credito al consumo in U.S.A. (e dunque dell’ondata recessiva che ciò minaccia di innescare in tutto il mondo e forse è già in atto), prima che sulla stampa generalista (nella nostra informazione se ne parlava già da tempo) e poi sugli schermi televisivi cominciassero ad apparire notizie e servizi sull’aumento vertiginoso del prezzo dei generi alimentari e sulle rivolte delle popolazioni affamate, prima che il riesplodere della questione del Tibet e le timide risposte ufficiali del mondo “civile” nei confronti della Cina rendessero manifesto il potere di ricatto esercitato dal colosso asiatico, il libro di Volpi ci ha fornito anticipatamente le chiavi d’interpretazione di tutto questo, e ci obbliga anche a rivedere quell'"idea del mondo" che ci siamo formati a partire dagli anni Novanta (diciamo da dopo Seattle) e sta alla base del nostro pensiero e delle nostre azioni.

Una delle idee forti era infatti la denuncia del fatto che alla “fine dello stato” ( lo Stato titolare o depositario di una serie di funzioni e di servizi tendenti a garantire un esercizio il più possibile esteso e democratico della cittadinanza e una certa qual redistribuzione di risorse attraverso il meccanismo del prelievo fiscale), ricondotto dalle teorie neoliberiste alle mere funzioni regali (come la difesa e la tutela degli “interessi nazionali”), corrispondesse il fatto che funzioni un tempo svolte e servizi un tempo forniti dallo stato sociale venivano gradualmente privatizzati e/o affidati a entità spesso addirittura sovranazionali (pensiamo ai famosi “colossi dell’acqua”). Contemporaneamente, l’economia mondiale globalizzata con tutti i suoi fenomeni, dalla delocalizzazione della produzione nel terzo mondo alla finanziarizzazione progressiva dell’economia, dalla privatizzazione di beni e servizi nei termini che si sono detti, alla costruzione di dighe, oleodotti e quant’altro nel contesto dei grandi programmi di “cooperazione e sviluppo” (si prega di notare le virgolette), tutto questo, le regole di tutto questo, erano lasciate agli indirizzi dettati da organismi sovranazionali, non elettivi e dunque non democratici, come la Banca Mondiale, il WTO, il Fondo Monetario Internazionale, nei contesti deliberativi che ben conosciamo – i vertici BM WTO FMI in primo luogo - e con la pervadente presenza, a capo di queste istituzioni, dei “Chicago Boys” e in generale degli apostoli del neoliberismo integrale trionfante negli anni Ottanta e Novanta.

Ora Volpi ci propone una lettura aggiornata di una globalizzazione che, afferma lui, forse in quei termini è finita, perché qualcosa è cambiato, nel panorama globale, dall'inizio del XXI secolo. Entità che dieci anni fa sembravano potentissime, come appunto la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, sembrano oggi meno ascoltate, meno capaci di dare il la al dibattito economico (e in questo il libro di Volpi si intona alle conclusioni analoghe di Naomi Klein in Shock Economy). Al contrario, è in atto una sorta di "rivincita degli Stati", per la precisione l'affacciarsi dei "super Stati" Cina, India e Brasile (o di stati da cui vengono manovrate ingenti risorse finanziarie come l’Arabia Saudita), con la gestione delle risorse energetiche (colpisce, ad esempio, l’insistenza con cui ricorrono nel testo di Volpi colossi di stato come la Gazprom di Putin), e la formazione di nuovi cartelli e joint venture a controllo pubblico - ossia statale - nei settori cruciali delle infrastrutture e delle comunicazioni oltre che dell’energia. Per non dire degli accordi commerciali.

Ciò determina da un lato la fine del multilateralismo sovranazionale e cioè della pretesa di WTO FMI e BM di dettare regole per tutti, e rimette al centro del gioco le vecchie relazioni bilaterali, ma per dir così a raggiera. Una raggiera di iniquità, come si è visto nei ricatti energetici esercitati dalla Russia di Putin sull’Ucraina e su altre nazioni non gradite; senza che, beninteso, questi superstati-manager, che pure operano in nome di un supposto “interesse nazionale” di cui si ritorna a parlare (come nell’America di Reagan e di Bush padre), si sentano minimamente vincolati, com’è il caso di Russia e Cina, ad avanzare minimamente né sul fronte delle garanzie al cittadino più debole assicurate dallo stato sociale, né tanto meno su quello della democrazia e delle libertà politiche e civili. Invece, proprio su terreni cruciali come le fonti energetiche, le infrastrutture e i servizi, portano avanti una sorta di insidioso neo-neocolonialismo in Africa, in Asia centrale e in America Latina.

Si potrebbe obiettare (pensiamo al materiale prodotto nelle nostre campagne sul cotone), che quello amministrato da FMI BM e WTO era comunque un multilateralismo dichiarato e non realmente tale, un multilateralismo iniquo in cui in realtà il libero mercato non è stato esercitato mai, a dispetto di tanti proclami. Ad esempio, si poteva imporre ai paesi africani poveri e indebitati di aprire i propri mercati, rinunciando a qualsiasi protezione, doganale o d’altro tipo, ma BM FMI e WTO non erano certo in grado di imporre agli USA - o all’Europa se è per questo - di di eliminare i sussidi ai loro produttori. Uno dei temi al centro del Mappamondo postglobale è proprio la preoccupazione sui destini dei paesi poveri che legano gran parte della propria bilancia commerciale alla produzione agricola e delle commodities di base.

Non meno colpisce la descrizione di un’economia tutta retta dalla finanziarizzazione e dal debito. Questo vale per le nazioni povere e indebitate, in particolare per i fragilissimi paesi monoproduttori di cotone o di cacao sottoposti al ricatto del determinarsi del prezzo delle materie prime nelle borse con i loro meccanismi ribassisti e rialzisti (questi ultimi a svantaggio anche dei consumatori, pensiamo ai titoli futures), ma vale oramai anche per il primo mondo, con l’economia USA sostenuta, come Volpi illustra in particolare nel capitolo 2, “Nuove Geografie”, da un debito pubblico che è oramai una voragine (in cui gli USA non sono ancora sprofondati solo grazie alle iniezioni nell’economia statunitense della liquidità cinese), e soprattutto dal crescente indebitarsi della gente, del ceto medio e delle classi lavoratrici USA con il cosiddetto credito al consumo e gli oramai famigerati subprime: la gente si è accollata un debito spaventoso forse senza neanche accorgersene, la finanza ha ricavato la sua parte. Questa bolla è già scoppiata producendo danni circoscritti? O, al contrario, cosa succederà quando scoppierà davvero?

Recensione a cura di Elisabetta Torselli

Autore: Francesco Martini
Data di pubblicazione: 25 aprile 2008
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