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FairCoin, la criptovaluta equa e solidale

Le criptovalute sono la nuova mania del momento. Se ne sente parlare ovunque: in rete prima di tutto, ma ultimamente anche i “vecchi media” (televisione, radio, giornali e soprattutto riviste specializzate) stanno dedicando all’argomento molto spazio. 

Le criptovalute sono solitamente messe in relazione con la speculazione finanziaria, i traffici illeciti e le operazioni criminali; in questa sede vogliamo raccontare di una particolare criptovaluta, FairCoin, e dell’ambizioso progetto dei suoi ideatori di creare un’economia a misura d’uomo e di ambiente.

Tuttavia è impossibile capire FairCoin senza prima conoscere Bitcoin, ed è impossibile comprendere quest’ultimo se non si hanno chiare le premesse filosofico-ideologiche che hanno alla sua nascita.

Andiamo dunque con ordine.

La filosofia dietro a Bitcoin e alle criptovalute

Bitcoin può essere considerato come uno degli emblemi dell’etica hacker. In estrema sintesi, gli hacker tendono a diffidare tanto dei Governi quanto delle grandi multinazionali, e anzi considerano spesso queste entità “in combutta” (o meglio, ritengono che l’influenza delle lobby sui governi sia ormai così elevata da compromettere la stessa democrazia e limitare pesantemente la libertà delle persone). Di conseguenza, cercano di creare strumenti sempre nuovi per “bypassare” questo duopolio e rendere gli individui realmente liberi. Da questo punto di vista, il copyright è l’emblema del “male”: uno strumento con cui -dal loro punto di vista- le grandi aziende lucrano in modo immorale sulla conoscenza, approfittando di leggi ingiuste concesse dai Governi sotto influenza delle lobby. Le risposte hacker consistono quindi nel copyleft in risposta al copyright: il Software Libero e progetti come Wikipedia possono considerarsi a tutti gli effetti emblemi della cultura hacker. 

Ora, Bitcoin è l’applicazione di questa filosofia in campo economico e finanziario. Una valuta anonima e decentralizzata, tecnicamente studiata per impedire che qualunque governo o banca privata possa metterci le mani sopra.

Cos’è Bitcoin

Nato nel 2009 per iniziativa di un individuo -o, più verosimilmente, di un gruppo di individui-, Bitcoin è una valuta elettronica con alcune caratteristiche peculiari, che la rendono completamente diversa da tutte le altre mai create. Queste caratteristiche sono: 

  • decentralizzatzione: non fa uso di alcun ente centrale (come uno Stato nazionale o una Banca centrale), e -almeno in teoria (vd. sotto)- chiunque può “stampare” nuovi Bitcoin. Tutto ciò che occorre è un computer, una connessione Internet e un apposito software.
  • non-inflazionabilità: esiste un numero massimo di Bitcoin che si possono mettere in circolazione: 21 milioni. In virtù di ciò e della già citata decentralizzazione, non è possibile stampare arbitrariamente nuova moneta al fine di operare svalutazioni competitive.
  • anonimato: Bitcoin è pensato per essere completamente anonimo e non lasciare traccia. Idealmente ciò serve a tutelare la privacy delle persone ed impedire -ad esempio- prelievi forzosi o congelamenti dei conti correnti a scopo punitivo, ad esempio per reprimere proteste contro dittature.

I problemi di Bitcoin

Come si può facilmente intuire, le caratteristiche di Bitcoin (in particolare l’anonimato e la non tracciabilità) lo hanno subito reso interessante agli occhi di chi aveva pessime intenzioni e nessuno scrupolo: evasione fiscale, compravendita di armi e/o droga o cose ancor peggiori. 

Tuttavia, è anche vero che molte di queste operazioni illecite sono state fatte per secoli anche con le valute tradizionali, segnatamente coi contanti; in ultima analisi, è valida l’obiezione che qualunque tecnologia può essere utilizzata per scopi diversi da quelli per cui era stata pensata: anche un coltello da bistecca può trasformarsi in un’arma letale, ma non può certo essere l’inventore del coltello ad essere ritenuto responsabile degli omicidi.

Esistono invece problemi intrinseci in Bitcoin, slegati cioè dall’onestà o eticità di chi li usa.

Il primo è l’insostenibilità ecologica. Se è vero che per “stampare” (in gergo tecnico: minare) nuovi Bitcoin basta un computer, è anche vero che man mano che si va avanti nel tempo la potenza di calcolo (e dunque la quantità di energia elettrica) necessaria per tirar fuori nuove monete aumenta. E’ come trovarsi di fronte ad una miniera in cui le prime pepite affiorano subito, con poche picconate, mentre man mano che si procede occorre uno sforzo sempre maggiore. 

Ora, dato che l’energia elettrica è prodotta perlopiù da fonti fossili, Bitcoin si configura come -potenzialmente- una delle tecnologie più inquinanti del globo.

Il secondo è la nascita di oligopolii di miners. Sempre per via del fatto che il mining richiede sempre più potenza, sono nati dei pool di “minatori”, che “sommando” i propri hardware riescono a minare nuovi Bitcoin. Ciò di fatto crea una situazione che riproduce le storture dell’economia tradizionale: solo nel primo mondo esistono persone sufficientemente ricche da potersi permettere hardware adatti al mining.

Infine, Bitcoin è libero mercato allo stato brado. Idolatrato dagli ultra-liberisti poiché rende impossibile l’intervento di un qualsiasi Stato, Bitcoin elimina anche la possibilità -ad esempio- di tassare chi sfrutta e inquina e favorire chi rispetta i diritti delle persone e dell’ambiente. 

Inoltre, per la medesima ragione, il valore di Bitcoin (e di altre criptovalute, ad esempio gli Ether) rispetto alle altre valute è estremamente volatile; il valore del Bitcoin è passato da poco a moltissimo anche nel giro di un solo giorno. Questa volatilità lo rende estremamente appetitoso per gli speculatori finanziari più esperti, e altrettanto pericoloso per chi, attratto magari da mirabolanti annunci di guadagni facili, si lancia in operazioni in cui rischia invece di scottarsi. 

FairCoin, la criptovaluta equa e solidale

Nella galassia ormai affollatissima delle criptovalute ce n’è una che è nata per scopi radicalmente diversi da tutte le altre: FairCoin.

Come suggerisce il nome stesso, FairCoin punta ad essere la base per un’economia più giusta, improntata a criteri di sostenibilità ecologica e giustizia sociale.

L’universo di FairCoop

FairCoin è il principale progetto sviluppato nell’ambito di FairCoop, fondata da quell’Enric Duran già noto alle cronache per le sue azioni di disobbedienza civile nei confronti del sistema bancario e dell’economia mainstream in generale. 

L’obiettivo -ambizioso ai limiti dell’utopia- di FairCoop è nientemeno che quello di creare un intero sistema economico alternativo, a sua volta base di una società che viene definita “Democrazia senza Stato”. Riemerge cioè l’anelito anarco-hacker a fare a meno dello Stato centralizzato (che i creatori di FairCoop definiscono “fondato su una mentalità gerarchica e patriarcale, profondamente forgiata nei secoli dall’oppressione esercitata da umani su altri umani”), e la convinzione che le tecnologie peer-to-peer (prima tra tutte la blockchain) possano essere la chiave di volta per realizzare l’obiettivo. 

Sotto l’ombrello di FairCoop rientrano quindi iniziative come FairMarket (una sorta di eBay alternativa in cui si possono comprare e vendere beni e servizi in FairCoin), Bank of the Commons (una cooperativa aperta nata per trasformare il modo di fare Banca e sostenere l’economia legata ai movimenti sociali e cooperativi) e molti altri (si veda il sito https://fair.coop/ per una panoramica completa). 

Come si può constatare, alla base di tutto c’è FairCoin. Vediamo dunque quali sono le caratteristiche di questa criptovaluta e in che modo risolve le criticità di Bitcoin. 

Una blockchain eco-sostenibile


Pur utilizzando la stessa tecnologia di Bitcoin (la famosa Blockchain), FairCoin risolve il problema della sostenibilità energetica con un’innovativa metodologia di validazione delle transazioni, chiamata Proof-of-Cooperation; questa, a differenza della Proof-of-work di Bitcoin, non si basa né sul mining né sulla competizione, bensì sulla collaborazione tra i nodi. La quantità di energia elettrica necessaria allo scopo è minima, e i software sono pensati per poter essere fatti girare anche su hardware poco potenti.

A differenza di Bitcoin, inoltre, FairCoin è pre-minato: i circa 53 milioni di FairCoin sono già stati interamente “estratti” e distribuiti, dunque non c’è alcuna necessità di tenere computer attaccati alla corrente H24 per minarne di nuovi.

Crescita controllata democratica

Onde evitare problemi legati alla volatilità estrema, FairCoin adotta la strategia della crescita controllata: il valore rispetto alle valute a corso legale aumenta nel corso del tempo, ma a ritmi tenuti intenzionalmente bassi. 

Ma chi decide queste variazioni? 

FairCoin può considerarsi un caso “radicale” di sovranità monetaria: a decidere le variazioni del cambio è l’assemblea generale di FairCoop, che rende pubbliche le decisioni mettendo online i verbali delle assemblee.

E se il FairTrade adottasse il FairCoin?

FairCoin è dunque uno strumento utilizzabile solo da chi condivide gli ideali anarcoidi di Enric Duran e di FairCoop? 

Verosimilmente no. 

E’ convinzione di chi scrive che FairCoin potrebbe avere un impatto molto positivo sul Commercio Equo e Solidale, specialmente per i Paesi produttori. Alcune ragioni:

1. La possibilità di utilizzare una moneta internazionale “forte” e dalla crescita lenta ma costante potrebbe spingere molti produttori dei Paesi in via di sviluppo ad unirsi ai circuiti di commercio alternativi. Considerando anche la tendenza di molti Governi di quei Paesi a svalutare con una certa frequenza le valute locali, gli agricoltori potrebbero veder crescere in modo importante il loro potere d’acquisto in patria, se mettessero da parte un “gruzzoletto” in FairCoin.

2. La mancanza di una valuta internazionale unica è uno dei fattori che complicano le dinamiche di commercio Sud-Sud (cioè produttori del Sud del mondo che comprano e vendono tra loro, andando quindi oltre la tipica dinamica Nord-importatore Sud-venditore che caratterizza attualmente il FairTrade). Lo sviluppo di queste dinamiche è del resto uno degli obiettivi che negli ultimi anni il mondo del Commercio Equo si è posto. 

Si pensi, ad esempio, all’impatto che potrebbe avere FairCoin in America Latina, un continente quasi completamente unito dal punto di vista linguistico ma diviso sul piano politico, e ovviamente con tante valute diverse.