Debunking myths

C’è da fidarsi della “crescita sostenibile”?

Il pezzo che segue è la traduzione dell’originale pubblicato sul blog della P2P Foundation.

50 miliardi è il numero magico. Sono le tonnellate di materie prime e forme di vita che possiamo usare in un anno, senza distruggere l’ecosistema. Ed include tutto: dal legno alla plastica, dai pesci al bestiame, dai minerali ai metalli: tutta la roba fisica che consumiamo.

Al momento, stiamo usando 80 miliardi di tonnellate l’anno, quindi siamo già oltre quel limite. Ergo, affinché la crescita sia sostenibile, doremmo diminure questa cifra e tornare a quota 50, il tutto facendo al tempo stesso crescere il PIL.

Quando la teoria della crescita verde fu diffusa per la prima volta, non c’erano prove sulla sua reale efficacia; era una mera ipotesi. Ma negli ultimi anni, tre nuovi studi scientifici hanno approfondito la questione.

Un team di scienziati guidati da Monkia Dittrich ha creato un modello che mostra come, alle attuali condizioni di funzionamento dell’economia, la crescita porterà l’uso di risorse naturali all’ impressionante cifra di 180 miliardi di tonnellate annue da oggi al 2050. Più del triplo rispetto alla soglia di sicurezza, il che vuol dire “game over” per la civiltà umana, almeno così come la conosciamo.

Il team ha poi fatto una simulazione del modello economico basandosi sull’ottimistica premessa che ogni nazione sulla Terra adotti immediatamente le migliori pratiche (best practices) in tema di efficienza energetica, utilizzando le migliori tecnologie disponibili. I risultati erano un po’ più incoraggianti: 93 miliardi di tonnellate all’anno fino al 2050. Ma anche in questo caso non si tratta di una diminuzione, e comunque siamo ben lontani da qualunque cosa definibile come “crescita sostenibile”.

Un secondo team di scienziati ha affrontato la stessa questione nel 2016. Hanno scelto un approccio diverso: hanno proposto di mettere una tassa sul carbone di 250$/tonnellata, e hanno ipotizzato che l’efficienza energetica dei Paesi del mondo raddoppiasse grazie alle innovazioni tecnologiche. Il risultato è stato più o meno lo stesso. Se continuiamo a far crescere l’economia globale del 3% ogni anno – obiettivo indicato come necessario dalla Banca Mondiale il Fondo Monetario Internazionale per evitare il collasso del sistema economico- consumeremo ancora 95 miliardi di tonnellate all’anno fino al 2050. Niente decrescita. Niente crescita sostenibile.

Infine, l’anno scorso il programma di sviluppo delle Nazioni Unite -una delle principali cheerleader della teoria della crescita sostenibile – si è inserito nel dibattito, sperando di mettere un punto fermo una volta per tutte. Hanno ipotizzato un prezzo al carbone che cresca fino 573$/tonnellata -una tassa sull’estrazione di materiale – e un progresso tecnologico stimolato da forti investimenti pubblici. Il risultato? 132 tonnellate/anno al 2050, anche peggio delle previsioni dei precedenti studi. Ed è peggiore perché stavolta gli scienziati hanno considerato anche l’effetto rimbalzo nel loro modello: se l’efficienza riduce il prezzo delle commodities, la domanda sale, annullando di fatto le riduzioni nel consumo di materiale.

E non dimentichiamocelo: tutti e tre questi modelli si sono basati su previsioni radicalmente ottimiste. Siamo ben lontani anche solo dal provare a mettere una tassa globale sul carbone, e naturalmente ammonterebbe a molto meno di 573$/tonnellata; così come non siamo decisamente sulla buona strada per raddoppiare l’efficienza energetica. Anzi, a dire il vero sta accadendo l’opposto: l’efficienza energetica sta peggiorando, non migliorando.

Ergo, non possiamo fare affidamento sul mito della “crescita sostenibile”. É una favola, esattamente come le “sigarette salutari” o il “carbone pulito”.

È tempo di far spazio a un nuovo sistema, che non richieda una crescita esponenziale infinita per sopravvivere.

Ci sono molti modi per ottenere questo obiettivo.

Potremmo iniziare ripudiando il PIL come indicatore di successo, optando invece per misure più bilanciate come il Genuine Progress Indicator, che tiene conto anche di una serie di “esternalità” negative come l’inquinamento e l’esaurimento di materie prime.
Potremmo sviluppare un nuovo sistema monetario che non “pompi” il nostro sistema di interessi sul debito. E potremmo iniziare a pensare seriamente di porre un limite all’uso di materia, così da non estrarre più di quanto la Terra può rigenerare in un anno.

La vecchia generazione di innovatori credeva che la tecnologia ci avrebbe permesso di sottomettere la natura e piegarla alla nostra volontà. La nostra generazione si sta svegliando, giungendo ad una verità più speranzosa: che la sopravvivenza come specie non dipende dal dominio, ma dall’armonia.