La civiltà del caffè

Il sapore amaro della globalizzazione
ossia
la situazione dei piccoli produttori nell'ambito della crisi mondiale del caffè

Dopo che intorno alla metà degli anni Novanta il prezzo medio pagato ai produttori aveva raggiunto i 250 dollari per 100 libbre, nel 2002, mentre al dettaglio il prezzo della nostra lattina o confezione sottovuoto resta pressoché invariato, si sono pagate 50 libbre per la stessa quantità (il prezzo è grosso modo quello stabilito dalle borse di New York per la qualità Arabica e di Londra per la qualità Robusta). Non così nel Fair Trade dove nel 2002-2003 il prezzo medio resiste a quota 126 dollari (141 per il biologico).
Attualmente si calcola che siano circa 125 milioni i produttori di caffè, un dato che ci permette di valutare la drammaticità della crisi (in molti casi i piccoli produttori riescono a coprire non più del 60% dei costi di produzione). Alcuni stati in particolare sono drammaticamente coinvolti: Honduras, Vietnam, Etiopia, precipitati nel vortice del debito internazionale e dei ricatti a cui gli organismi internazionali come la Banca Mondiale e il WTO sottopongono i paesi poveri: il grafico elaboato da Oxfam (Gusto amaro: la povertà nella tua tazza di caffè, a cura di Oxfam, I Libelluli di ALTREconomia) ci permette di valutare l'impatto che la crisi del caffè ha su alcune nazioni di cui esso costituisce tradizionalmente a principale risorsa per le esportazioni.