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Kerala e Cochabamba contro i colossi dell'acqua
Lo stato indiano del Kerala si è distinto per le sue battaglie sociali e ambientali: dal boicottaggio delle bibite in lattina occidentali alla polemica valorizzazione dei consumi tradizionali dell'olio e dell'acqua di cocco, dalla diffusione della concezione predicata da Gandhi di un'economia basata in larga parte sull'autosufficienza e l'autoconsumo alla notevole presenza nel quadro del Fair Trade, dalla valorizzazione delle manifestazioni legate alla cultura tradizionale alla vivace appropriazione delle nuove tecnologie sorrette da un sistema formativo fra i più dinamici, fino alla scoperta del Kerala ad opera del turismo solidale e/o più o meno alternativo.17 Dicembre 2003 - Un tribunale dello stato Indiano del Kerala ha ordinato ad un impianto di imbottigliamento della Coca Cola di fermare l'estrazione di acqua dalla falda acquifera locale. Il giudice dell'Alta Corte del Kerala ha dato all'azienda un mese di tempo per fermare le operazioni estrattive nell'impianto di Plachimada e trovare fonti alternative. I governi locali hanno accusato l'impianto di sovrasfruttare le risorse idriche della zona estraendo circa 1.5 milioni di litri di acqua al giorno. 'L'impianto ha causato la riduzione delle risorse idriche disponibili nell'intera area, ma l'ordine del tribunale è comunque una vittoria per la popolazione', ha detto un rappresentante del villaggio. Il tribunale ha osservato che l'acqua di falda è ' una risorsa nazionale che appartiene all'intera societa' e l'azienda non può reclamarne un uso eccessivo ai danni degli altri. Secondo la sentenza, il governo non ha potere di permettere ad un privato di estrarre grandi quantità di acqua di falda. Al contrario, lo Stato ha il compito di proteggere le risorse idriche di falda dallo sfruttamento eccessivo, e il non intervento dello Stato comporterebbe la violazione dei diritti fondamentali garantiti dall'articolo 21 della Costituzione come il diritto alla vita." (on line 19 dicembre 2003 sul sito Peacelink).
Spostiamoci adesso in Sudamerica: nella Bolivia, che, povera e ricattabile com'è, è stata un'allieva modello, particolarmente docile e sottomessa, della scuola neoliberista dei "Chicago Boys" imperversante nel Fondo monetario internazionale e nella Banca Mondiale, ai cui 'aggiustamenti strutturali' e concessioni di credito a precise condizioni politiche si è affidata fin dal 1985 (come l'Argentina, con le conseguenze che qualche anno fa erano sotto gli occhi di tutti). Non stupisce che i Signori dell'Acqua vi abbiano individuato il terreno ideale per una delle loro più classiche operazioni.
Cochabamba è una città a 2500 metri d'altezza sulle Ande boliviane, dove l'acqua è scarsa e solo il 55 per cento degli ottocentomila abitanti è allacciato all'acquedotto. Un buon 20% della popolazione attinge a pozzi propri, in particolare nelle aree agricole del territorio comunale; il quarto restante – le zone più povere, insediamenti informali, le villas cresciute negli ultimi quindici o vent'anni con la gente venuta a cercare lavoro in città – deve comprare l'acqua dai tanques, le autobotti private, pagandola anche il doppio di chi ha l'acqua corrente in casa; un vero e proprio strozzinaggio, per sfuggire al quale molti di questi quartieri periferici negli ultimi anni hanno scavato pozzi e costruito piccoli sistemi idrici gestiti in cooperativa.
Da tempo era in ballo il progetto per costruire una diga e captare acqua da un lago di montagna, il Misicuni, sostenuto soprattutto dal sindaco di Cochabamba, Manfred Reyes Villa detto Bombón ("caramella"), a capo del partito NFR (Nueva Fuerza Republicana, ma, per gli avversari più maligni, "Nueva Forma de Robar"); ma il progetto Misicuni richiedeva oltre duecentocinquanta milioni di dollari di dollari - una diga, un tunnel sotterraneo e una nuova sezione di acquedotto – e il governo di La Paz non lo voleva finanziare (anche la Banca mondiale nel 1997 lo aveva bocciato, giudicandolo antieconomico). Almeno dal 1996 la Banca mondiale chiedeva al comune di Cochabamba di privatizzare la distribuzione dell'acqua: è ben vero che la Semapa, azienda municipale dell'acqua a Cochabamba, era inefficiente e carica di debiti... Comunque sia il comune cominciò i lavori nel 1997 e nel 1999 firmò un contratto con l'unico concorrente in gara (!), il consorzio Aguas del Tunari guidato dalla società International Waters Ltd, controllata da Bechtel Corporation e registrata nelle isole Cayman: il consorzio avrebbe ricevuto per quarant'anni la concessione della captazione, trattamento e distribuzione dell'acqua nel territorio comunale, rilevando sia la rete idrica principale sia i piccoli sistemi agricoli, industriali o comunitari (inclusi i pozzi cooperativi, senza risarcimento), e il contratto gli garantiva un ritorno minimo del 15% annuale sul suo investimento, mentre una nuova legge nazionale sull'acqua – approvata proprio allora in gran fretta dal parlamento – cancellava i diritti d'uso consuetudinario su pozzi e sorgenti. Ben presto nei quartieri e nelle campagne hanno preso a circolare funzionari e tecnici a parlare di contatori e bollette su pozzi che il governo non aveva neppure aiutato a costruire. Gli abitanti avrebbero pagato anche per l'installazione dei contatori... le tariffe sarebbero aumentate fino al 300 percento, ogni famiglia di Cochabamba avrebbe speso in media un quarto del suo reddito per l'acqua; il consorzio aveva il diritto di rifarsi delle bollette non pagate pignorando la casa o altre proprietà del consumatore insolvente: le bollette diventavano vere e proprie cambiali; erano arrivati al punto di vietare di costruire invasi per raccogliere l'acqua piovana nelle zone rurali della municipalità.
'I primi ad allarmarsi erano stati i contadini', ricorda Oscar Olivera, uno dei cinque portavoce della Coordinadora de defensa del agua y de la vida (Coordinamento di difesa dell'acqua e della vita), l'organismo popolare di Cochabamba protagonista della mobilitazione. Ma la "rivolta dell'acqua" si è generalizzata quando i cittadini di Cochabamba hanno ricevuto ie prime bollette sotto la "nuova" gestione, alla fine del 1999. Alle organizzazioni contadine e agli utenti si è presto affiancato un "comitato di difesa dell'acqua e dell'economia familiare", un gruppo di ambientalisti, alcuni giornalisti, sociologi, accademici, attivisti sociali, la Federación de Trabajadores Fabriles, le associazioni di quartiere, le cooperative di gestione dei pozzi, altri sindacati. Mobilitazioni e scontri hanno provocato cinque morti e molti feriti, ma nel 2000 la Coordinadora de defensa del agua y de la vida è riuscita a far sciogliere il contratto con il consorzio Aguas del Tunari. (Fonte: pagina on line della Giangiacomo Feltrinelli Editore).Ma non crediate che sia finita qui. Aguas del Tunari ha fatto istanza presso i competenti organismi della Banca Mondiale per ottenere dalla Bolivia un indennizzo di 25 milioni di dollari per «mancato lucro». La cosa è venuta fuori anche in Italia alla fine del 2005 in seguito alla visita in Italia di Oscar Olivera, ed è stata l’occasione per aprire gli occhi degli italiani su una serie di fatti. Come in parte si è detto e come ha spiegato Giuseppe De Marzo di A Sud, una delle associazioni impegnate nella campagna internazionale a sostegno della Coordinadora, il 55% del Consorzio Aguas del Tunari è di proprietà dell’International Water Limited; quest’ultima appartiene per metà alla statunitense Bechtel, l’altra metà alla Edison. Dall’ottobre 2005 Edison è della Tde, spartita a metà tra Wgrm (emanazione della francese Edf) e Delmi. Della quale il 51 % delle azioni è dell’Aem, l’azienda energetica che eroga luce e gas ai milanesi… una brutta sorpresa per i milanesi che pagando la bolletta si ritrovano condannati ad essere seppure indirettamente complici di questo sfrontato procedimento per “mancato lucro”.
Non scuciremo neppure un centesimo, ha assicurato Olivera.
Ma più che ai 25 milioni di dollari - una sommetta per giganti come Edf e Bechtel - le multinazionali, con la connivenza della Banca mondiale, mirano a stabilire un precedente. «Un pericolosissimo ricatto sul futuro», afferma Emilio Molinari, del Comitato italiano del Contratto mondiale per l’acqua, «è immorale che un popolo che sconfigge la privatizzazione di un bene comune sia condannato a pagare»
("Bevi a Cochabamba, paghi a Milano", Il Manifesto, 15 dicembre 2005).
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