Acqua dei popoli, acqua in movimento
- Il valore dell'acqua
- Le guerre dell'acqua
- Le lobby dell'acqua
- Idromafia
- L'acqua in Italia e in Toscana
- Kerala e Cochabamba contro i colossi dell'acqua
L'acqua in Italia e in Toscana
Il quadro legislativo, le privatizzazioni, il caso Publiacqua, la proposta di legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, le concessioni delle sorgenti, i signori dell'acqua minerale
La legge 36/94 (la legge Galli Disposizione in materia di risorse idriche) è una norma di estrema importanza, che ha introdotto nuove regole volte a disciplinare l'intero settore delle acque e a favorire un recupero di efficienza delle gestioni dei pubblici servizi idrici. Questa legge rappresenta un punto di sintesi per affrontare i probemi di natura economica e quelli di natura ambientale nella politica delle acque, introducendo alcuni aspetti fondamentali: l'acqua è una risorsa e come tale costituisce patrimonio comune, quindi ne deve essere garantita la natura pubblica, inoltre l'utilizzo della risorsa deve salvaguardare le esigenze che potranno avere le generazioni future. La legge stabilisce poi la priorità per il consumo umano rispetto agli altri usi della risorsa.Il giudizio degli ambientalisti e dei militanti "dell'acqua bene comune" è generalmente positivo per quanto riguarda l'impianto teorico della Legge 36/94, che
(LEGAMBIENTE: Risorsa acqua: Consumi, gestione, tutela, a cura di Federico Gasparini, Firenze 2002)
contiene, nella sua parte teorica esplicativa, concetti assolutamente importanti, che considerano il bene acqua finalmente come un tutt'uno da trattare non settorialmente ma nel suo complesso, che prende in considerazione temi fondamentali come il risparmio del bene, la sua cura, il suo valore assoluto da non inquinare, disperdere o distruggere. Impone che sia considerato un bene da salvaguardare per le generazioni future, che deve essere possibilmente riutilizzato quando termina la sua utilità nel primo processo e cosi via.Un merito indubbio della legge Galli è stato inoltre quello di attribuire le competenze e i poteri decisionali sull'acqua alle ATO (Autorità territoriali ottimali) tendenzialmente coincidenti con i bacini fluviali, quindi con una gestione effettivamente più razionale del problema. Tutto a posto, quindi? Purtroppo:
(Claudio D'Arienzo, Riflessioni sull'acqua, pubblicazione on-line 5 giugno 2003 da Attac)
quando si passa all'indicazione delle strategie da adottare per ottenere i risultati individuati, l'unica via percorribile è, naturalmente, quella della privatizzazione. Qui lo Stato certifica la propria inadeguatezza a raggiungere gli obiettivi che si propone. I Comuni dovranno cedere la gestione dei loro impianti a società per azioni, peraltro da loro stessi partecipate, per ottenere, fra l'altro, l'equilibrio economico-finanziario; la tariffa a fronte del servizio d'erogazione dell' acqua diventa un 'corrispettivo', cioè un prezzo, quindi l'acqua non è più un diritto del cittadino ma diventa una merce.
(Riflessioni sull'acqua).
Privato è meglio ?
, si chiede D'Arienzo, ricordando che la giunta comunale aretina è stata la prima in Italia a privatizzare, istituendo la Noviacque S.p.A. la cui quota privata è andata alla Suez Lyonnaise (vedi La lobby dell’acqua). A cose fatte, si è riscontrato che i tassi di interesse pagati alle Banche che hanno finanziato la Noviacque erano superiori ai tassi che avrebbe praticato la Cassa Depositi e Prestiti, l'Istituto Bancario preposto ai finanziamenti agli Enti Pubblici.
(In difesa della pubblicità del bene acqua, contributo per la conferenza programmatica dicembre 2003, a cura del gruppo sull'acqua uscito dall'incontro di approfondimento del 23/11/03, Barcali, Cocchi, De Vito, dal sito di Rifondazione Comunista di Firenze). Con tanti saluti ai circuiti virtuosi del Privato.
Di fatto, a livello attuativo, la legge Galli si è risolta in questo: i vecchi gestori, municipalizzate o piccoli comuni che fossero, hanno dovuto scorporare le reti, gli impianti e le altre dotazioni conferendone la proprietà ad una S.p.a (anche se con capitale a maggioranza pubblico), mettendo a gara la gestione del servizio per l'affidamento ad un'altra S.p.a. (o consorzi di aziende), la quale può a sua volta affidare ad altre società la manutenzione ordinaria e straordinaria degli impianti (il che, tra l'altro, ci sembra che comporti l'inevitabile conseguenza di una proliferazione, certo non a costo zero, del management, privato e/o di nomina politica).
Da una azienda pubblica con l'obiettivo del pareggio di bilancio, si passa a tre livelli di società per azioni che, per missione istituzionale, sono chiamate a produrre reddito. In tal modo, non solo si ha difficoltà a comprendere come possano diminuire i costi, ma viene vanificata la funzione democratica del controllo diretto del cittadino sulla gestione, cittadino che viene trasformato in un anonimo cliente. Si codifica l'assunto che un'azienda pubblica, in quanto tale, non può essere efficiente e che solo il privato è indice di produttività e benessere.
(Nino Lo Bello, La battaglia contro la privatizzazione dell'acqua, pubblicazione on line giovedì 5 giugno 2003 sul sito di Attac).
Ciò [continua Lo Bello ] ammesso e non concesso che sia vero in un "privato" rigoroso e razionale alla Max Weber, è difficilmente credibile "soprattutto nel Mezzogiorno, in presenza di un capitalismo d'avventure e speculativo, di ogni sorta di capitalismo politico che vive in un sistema economico in cui non c'è universalità del precetto né della sanzione e il cui capitale sociale è interamente fondato sulle relazioni amicali e parentali.
Come dire: se qualcuno sperava con le S.p.a. di rimediare alla tradizionale gestione "pubblica" irresponsabile e omertosa del bene acqua nel Sud Italia, sta fresco.
Il governo berlusconiano ha spinto risolutamente sul processo della privatizzazione degli acquedotti con l'articolo 35 della Finanziaria 2002. Finanziaria 2002 al cui riguardo abbiamo da citare una perla di cultura e filosofia politica, un autentico segno del Nuovo che Avanza nella sinistra storica: secondo quanto riferitoci a suo tempo da Massimo Morettuzzo, uno degli animatori del Forum Alternativo dell'Acqua di Firenze, in quell'occasione fu un autorevole esponente diessino come Franco Bassanini a presentare un emendamento che, se approvato, avrebbe costretto tutti i Comuni d'Italia a privatizzare gli acquedotti al 100% andando immediatamente alle gare d'appalto.
E la Toscana? La Toscana è stata la prima Regione ad ottemperare all'obbligo della costituzione degli ATO (Ambiti Territoriali Ottimali) secondo quanto previsto dalla legge Galli, e, come si è visto, si è messa molto per tempo sulla strada della privatizzazione, o meglio di un modello di gestione mista pubblico-privato sui cui successi e reale convenienza generale è per ora molto difficile pronunciarsi. Si può forse dire che Firenze e la Toscana abbiano cercato di "giocare d'anticipo" sul processo di privatizzazione e di governarlo nell'ottica del modello di gestione mista pubblico-privato di cui si è detto, non senza ascoltare le idee e le indicazioni del movimento sull'acqua (Firenze e la Toscana, come si sa, si accreditano da tempo come città e regione attente alla voce no-global, ospitando eventi come il Social Forum 2002, andando a Porto Alegre, promuovendo i meeting di San Rossore...), con scelte anche importanti come quelle a favore degli erogatori di acqua dell’acquedotto nei luoghi pubblici. Ma in questo modello pubblico-privato sarebbe interessante riuscire a capire se prevalgano le ragioni del pubblico o quelle del privato.
La capitale toscana, Firenze, è il cuore dell'ATO 3, che corrisponde al bacino medio dell'Arno e per cui, con un'operazione fortemente sponsorizzata dai vertici dell'amministrazione comunale fiorentina, è nata Publiacqua S.p.A. Come ricaviamo dal suo sito:Publiacqua è la società dedicata al ciclo delle acque, che ha ricevuto dall'Ambito Territoriale Ottimale n. 3 (Medio Valdarno), l'affidamento del servizio, secondo quanto previsto dalla legge 36/94 [la legge Galli] e dalla normativa regionale di attuazione. Con oltre 700 addetti ed una rete di oltre 5.000 chilometri di acquedotto e oltre 3.000 di fognatura, la società gestisce il servizio idrico integrato su un territorio di circa 3.000 Km/quadri delle Province di Firenze, Prato, Pistoia, e Arezzo per una popolazione di circa 1.200.000 abitanti. La società vende circa 90 milioni di metri cubi di acqua, sviluppando un fatturato di circa 120 milioni di euro. Publiacqua, ottimizzando le risorse e lo sviluppo delle competenze tecnico - gestionali raggiunte dalle singole realtà che prima della sua costituzione hanno operato nei diversi territori, oltre a garantire da subito un efficiente servizio, è impegnata per i prossimi anni ad effettuare un grande piano di investimenti, circa 750 milioni di Euro, per operare qual consolidamento e sviluppo del servizio necessari a raggiungere i migliori standard europei per efficacia, efficienza e tutela ambientale.
La consistente quota destinata ai privati in Publiacqua è andata, come ci si aspettava, ad Acea (vedi La lobby dell’acqua), un soggetto evidentemente ritenuto affidabile da molte amministrazioni italiane; ma anche in Toscana molte forze politiche e sociali hanno raccolto le indicazioni del Contratto mondiale per l’acqua. Un ampio arco di forze legate ai vari forum e reti, all'associazionismo, al mondo della solidarietà ha presentato a suo tempo una proposta di legge regionale di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato (anche al Villaggio dei Popoli abbiamo raccolto le firme !): i materiali e la storia di questo tentativo di invertire la tendenza privatizzatrice predominante anche nell’acqua sono sul sito www.leggepopolareacqua.it.
Le firme raccolte sono state 42.932 ma ciò non ha commosso né Publiacqua né i suoi sponsor politici. Il 27 giugno 2006 le agenzie riferivano della conclusione dell’operazione per l'ingresso di Acea in Publiacqua:Con la firma del patto parasociale si e' compiuto oggi l'ultimo atto per la definitiva sottoscrizione del capitale sociale (60.134.157,99 euro) e per l'iscrizione al libro dei soci del partner scelto in base alla gara. Alla sottoscrizione dell'atto erano presenti il Comune di Firenze (come capofila), Publiservizi, Consiag e Acque Blu Fiorentine (partecipata e controllata da Acea). Con la prossima assemblea saranno rinnovati gli organi sociali che vedranno l'ingresso, a tutti gli effetti, del partner scelto con la gara.
La questione delle acque minerali
Si è parlato finora delle acque degli acquedotti, ma c'è molto da dire anche sul panorama italiano e toscano delle acque imbottigliate e della cessione delle sorgenti italiane e toscane alle imprese dell'acqua minerale (tanto più che gli italiani, come si è visto, sono grandi consumatori di acque minerali: 182 litri pro capite all'anno), cioè della concessione a privati di un bene pubblico. A quali condizioni? In primo luogo: la legislazione e le normative italiane forniscono adeguate garanzie sulla salubrità delle acque imbottigliate, per giustificare, con una miglior qualità dell'acqua imbottigliata rispetto all'acqua dell'acquedotto, la spesa per l'acqua minerale che tante famiglie si sobbarcano anche in questi tempi di crisi ? Fino al 2001 in Italia la situazione era questa, descritta da Legambiente:Un'occhiata alle normative sanitarie riserva più di una sorpresa. Le tabelle che stabiliscono i limiti massimi per alcune sostanze pericolose per le acque potabili degli acquedotti (D.P.R. 236/88) e quelle che riguardano le acque minerali (DL 542/92) sono differenti. E, stranamente, con una tolleranza molto maggiore per il contenuto delle acque in bottiglia. Qualche esempio ? Il contenuto massimo di arsenico è di 50 microgrammi/litro per le acque del rubinetto e 200 per le acque minerali. Il cadmio ammesso è 5 microgrammi/litro per gli acquedotti contro i dieci delle acque minerali
(LEGAMBIENTE: Risorsa acqua. Consumi, gestione, tutela, a cura di Federico Gasparini, Firenze 2002).
L'Unione Europea non era rimasta indifferente di fronte a quest'anomalia e aveva aperto al riguardo una procedura d'infrazione contro l'Italia. Per ottemperare alle regole imposte dall'Europa, nel 2001 il Governo italiano emanò un decreto ministeriale che rendeva più restrittivi alcuni parametri (ad esempio l'arsenico rientrava alla soglia 50 già stabilita per l'acqua distribuita dagli acquedotti). Sulla base di tali nuove regole, molte marche sarebbero risultate fuori norma; ma il 23 dicembre 2003, ricorda Giuseppe Altamore, il ministro Sirchia emana un nuovo decreto legislativo in cui vengono ritoccati proprio quei valori del decreto del 2001, che tante apprensioni aveva creato ai produttori di acque minerali.
(I predoni dell'acqua).
In Abruzzo, spiega l'inchiesta [di Legambiente, a cui si rifà Stella ], per accaparrarsi un redditizio zampillo si sborsa - indipendentemente dalla produzione - la somma forfettaria annua di 2.582,28 euro per le minerali e di 1.291,14 euro per le acque di sorgente (identiche a quelle di rubinetto, eccezion fatta per l'imbottigliamento alla fonte). Sempre a prezzi da saldo gli affitti di un gruppo di regioni dove non c'è una quota fissa, ma si paga in base al numero di ettari assegnati per svolgere l'attività. [...] Un caos. Basti dire che la Lombardia (che pure ha marcato una svolta nel luglio 2003 decuplicando i canoni delle concessioni dalle quali incassava 130 mila euro l'anno: un'elemosina) nel 2001 ha speso 26 milioni di euro per smaltire le bottiglie di plastica. Cioè diciassette volte di più (certo: ci sono anche le bottiglie del latte e delle bibite, ma la sproporzione resta) di quanto incasserà col 'nuovo' tariffario. Per non parlare degli squilibri che spiccano mettendo a confronto i 'canoni' più bassi, in linea con una tradizione di sprechi e sciatterie, e quelli di chi un aggiornamento l'ha fatto. Come appunto la Lombardia, il Lazio o più ancora il Veneto. Il quale [continua Legambente] dal febbraio di quest'anno, con una deliberazione di giunta, ha portato la tariffa della concessione a 113,34 euro per le zone di montagna e a 566,71 euro per la pianura (la metà se la produzione complessiva non supera i 50 milioni di litri). I concessionari devono inoltre pagare 65 centesimi ogni 1.000 litri imbottigliati nella plastica (diventano 6,5 centesimi quando si usa il vetro). Numeri a confronto: un euro per ettaro in Puglia, quasi 567 nella pianura veneta. Parliamo della stessa Italia? Quella che Legambiente chiama 'una stangatina' [l'aumento dei canoni di concessione deliberato da varie Regioni], tuttavia, non dovrebbe mandare sul lastrico i produttori. Stando ai dati della stessa Regione [il Veneto], spiega l'organizzazione ambientalista, le nuove tariffe sono in linea con quanto paga ogni famiglia italiana (da 50 a 80 centesimi a metro cubo) per l'acqua che esce dal rubinetto di casa, e dovrebbero portare nelle casse venete 1,66 milioni di euro. Pari allo 0,41% del business delle acque minerali in Veneto che può contare su 15 marche e 400 milioni di euro di fatturato, un quinto della produzione nazionale. Sarà anche acqua, ma in alto i calici: prosit!
(Acque minerali, un affare (solo per i produttori) cit.).
La cosa non poteva continuare ad essere ignorata ancora per molto. Nel 2003 ci fu una scandalizzata relazione della Corte dei Conti di Torino: a quanto pare, l'organo regionale di giustizia contabile aveva posto alle province piemontesi una serie di quesiti sulle 55 fonti d'acqua da imbottigliare (più 5 termali) concesse, a cui solo la provincia di Biella si era presa la briga di rispondere. Risultò che l'attività di vigilanza e di polizia mineraria sulle concessioni (funzionari, geologi e ingegneri) aveva richiesto 30.531 euro, a fronte di 8.625 provenienti dai canoni di concessione delle sorgenti. Risultato: 21.906 euro di denaro pubblico perduti nella sola provincia di Biella.
Non c'è che dire: il "pubblico" non ci fa una bella figura, quasi a voler fornire una magnifica giustificazione al pensiero neoliberista, che ovunque preme per affidare la gestione dell'acqua ai privati e a S.p.A. che, se non altro, dovrebbero vedersela con un'assemblea di azionisti che una cosa così (sostengono i fautori dell'operazione) certo non la farebbe passare liscia.
Ma le cose stanno cambiando. Intanto la questione delle concessioni non sfugge all'attenzione del movimento, come dimostra la recente mobilitazione, all'insegna dello slogan "Bevi acqua San Rubinetto", contro la possibile concessione alla San Benedetto da parte della Regione Veneto dello sfruttamento delle falde di Paese (TV) che riforniscono l'acquedotto veneto. In generale, fatti del genere incontrano sempre più spesso l'opposizione vivace delle comunità, dei comitati, dei Tavoli per l'acqua.
La Regione Toscana, per mettere a segno un primato mondiale, cede le sue sorgenti ai produttori di acqua minerale, che ne ricavano 75 milioni di fatturato l'anno, per 197 mila euro, tutto compreso: lo 0,26% degli incassi finali delle bottiglie toscane. Uno spreco di risorse pubbliche catastrofico. [...].Un’anomalia e, diciamo pure, uno smacco per una Regione che, come già osservato, persegue un’immagine dalle sfumature no-global; con la legge regionale 38/2004 la Regione Toscana ha tentato in qualche misura di riprendersi i propri diritti con canoni a carico dei concessionari più consistenti; un iter legislativo contrastato sia per la comprensibile opposizione delle imprese dell'acqua imbottigliata che per lo stop del governo nazionale; né sono comunque mancati rilievi critici, da destra e da sinistra: sulla riattribuzione ai Comuni delle competenze sulle concessioni (che in effetti parrebbe più ragionevole affidare ad un livello decisionale superiore, se non direttamente ai vari ATO), sui canoni (collocandosi il nuovo costo per le aziende fra gli 0,50 e i 2 euro al metro cubo) che da qualcuno sono giudicati insufficienti, da altri eccessivi, sul rischio di concentrazione delle concessioni nelle mani di pochi superproduttori.
(Acque minerali, un affare (solo per i produttori)).
L'Italia è leader della produzione mondiale di acqua minerale, con 177 imprese e 287 marchi, 11 miliardi di litri imbottigliati di cui oltre un miliardo esportato: Stati Uniti e Canada sono grandi consumatori di note marche italiane. Alcuni di questi marchi appartengono a multinazionali come Nestlé e Danone, o a proprietari che non ci aspetteremmo di trovare in questo comparto, come Zoppas. Una fonte di preziose informazioni è il già più volte citato I predoni dell'acqua, edito nel 2004; ma naturalmente cessioni di marchi e quanto si verifica nel mercato potrebbero rendere inattuali o inesatte queste indicazioni. Secondo l’autore (dati 2004) appartengono a Nestlé le acque Claudia, Giulia, Levissima, Limia, Lora Recoaro, Panna, Pejo Pracastello, San Bernardo, San Bernardo Sorgente Rocciaviva, San Bernardo Sorgente della Rocca, San Pellegrino, Tione, Ulmeta, Vera; appartengono a Danone Acqua di Nepi, Boario, Ferrarelle, Fonte Viva, Natia, Santagata, Vitasnella; appartengono a Zoppas San Benedetto, Guizza, Valle Reale, Fonte Caudana.
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