Acqua dei popoli, acqua in movimento

La lobby dell'acqua

L'espressione lobby dell'acqua è entrata in uso nella pubblicistica di orientamento no-global per designare polemicamente una serie di corporations e multinazionali sia della costruzione di dighe e acquedotti che dell'erogazione e imbottigliamento dell'acqua. Dei Signori delle Acque Minerali ci occupiamo anche e più specificamente in un altro testo annesso a questo dossier (L'acqua in Italia e in Toscana); qui, riportiamo alcuni dati su imprese che hanno a che vedere con la distribuzione dell'acqua degli acquedotti.

I dati sono segnalati da Umberto Santino (Umberto Santino, "L'acqua rubata: dalla mafia alle multinazionali", pubblicazione on line 9 giugno 2003 sulla pagina di Attac Italia), ma c'è da avvisare che il meccanismo delle fusioni, cessioni, rinominazionie altre varie metamorfosi societare (al pari delle vicende giudiziarie che hanno recentemente coinvolto alcune di queste imprese) richiederebbe in realtà un continuo aggiornamento di una situazione in frenetico sommovimento.
I 'giganti dell'acqua' sono soprattutto due imprese francesi: la Vivendi, ex Générale des Eaux, e la Ondeo, ex Lyonnaise des Eaux. Vivendi è il più importante operatore nel settore dell'acqua ma ha operato e opera anche in altri settori: ambiente, energia, nettezza urbana, trasporti, telecomunicazioni (con l'acquisto dell'americana Universal Picture e Canal +).Ha un fatturato annuo di più di 150 miliardi di franchi francesi e impiega più di 140.000 persone.La Ondeo mira a scalzare la consorella francese e ha un ruolo internazionale di tutto rispetto: è già presente in circa 20 paesi e nel 1997 gestiva il servizi idrico in 14 grandi città, tra cui Manila, Budapest, Cordoba, Casablanca, Giacarta, La Paz, Postdam, Indianapolis.
In Gran Bretagna la privatizzazione dell'acqua è stata introdotta nel 1989 e le grandi imprese britanniche, in particolare la Seven-Trent e la Tames Water, operano anch'esse a livello internazionale. Il colosso elettrico tedesco, la RWE, opera come impresa multisettoriale e ha interessi anche nel settore dell'acqua.In Italia, in seguito alla legge Galli, aziende come la romana Acea, la milanese Amn e la torinese Amt si sono estese sul territorio nazionale e in altri paesi.
In Francia, dove la privatizzazione si configura come delega della gestione di un servizio pubblico a un'impresa privata, si è avuto un aumento medio del prezzo dell'acqua del 50%, a Parigi del 154%; gli utili delle imprese sono lievitati al 60-70% degli utili totali. Si aggiunga la scarsa trasparenza delle concessioni con il relativo incremento delle occasioni di corruzione.
Nel Regno Unito la privatizzazione prevede l'esproprio di un bene comune e le imprese hanno fatto registrare utili esorbitanti, per cui si è escogitata una tassa straordinaria. In altri paesi i costi dell'acqua sono diminuiti per i ricchi e aumentati per i poveri: è il caso di Manila, capitale delle Filippine.
(L'acqua rubata: dalla mafia alle multinazionali)

A questi nomi molti altri andrebbero aggiunti. Ad esempio la Saur International, secondo Giuseppe Altamore ( I predoni dell'acqua) la Saur International, che attraverso le quote societarie degli acquedotti ha occupato un posto di tutto rispetto nella gestione dell'acqua in Italia: Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Molise, Calabria, Sicilia, bacino d'utenza ulteriormente allargatosi con l'acquisizione da parte di Saur della Crea S.p.a., la più antica S.p.A. italiana nel settore dei servizi idrici, creata nel 1979, con una miriade di Comuni serviti. Ma all’obiettivo della Saur di diventare il maggior attore dell'acqua in Italia (anche se i cittadini di questi Comuni molto spesso non lo sanno neanche, che stanno pagando la bolletta alla Saur) ci è contrapposto un robusto soggetto italiano. Stiamo parlando naturalmente della già citata Acea S.p.a., società costituita con l'entusiastica sponsorizzazione del Comune di Roma, che da gestore pubblico è diventata in questi anni un soggetto privato con competenze in engineering e contracting e appalti in diverse parti del mondo per la gestione e produzione idrica e non solo. Dal luglio 2000 i cittadini di Erevan, capitale dell'Armenia, ricevono a bolletta dell'acqua dall'Acea Armenian, filiale dell'Acea S.p.A. [...] Acea ha conquistato l'acquedotto di San Pedro Sula (Honduras) e quello di Lima (Perù). (I predoni dell'acqua). Acea è inoltre attualmente presentissima anche in Toscana con Publiacqua (L’acqua in Italia e in Toscana). Può avvenire così che un abitante di Lima e di Erevan paghino la bolletta all'Acea, un abitante di Cuneo alla Saur, un abitante di Arezzo - ma anche un abitante di Manila - alla Suez Lyonnaise des eaux alias Ondeo: una globalizzazione della bolletta tutta a favore della lobby dell'acqua.

A questi "giganti dell'acqua" vanno aggiunti i supercostruttori di dighe, come la Bechtel (legata a Cheney e alla famiglia Bush) di cui parliamo anche a proposito del "caso Cochabamba" e a cui il Pentagono avrebbe già destinato la ricostruzione delle dighe e acquedotti in Iraq.
Nel quadro dei programmi delle Nazioni Unite di aiuto ai paesi sottosviluppati, i lavori delle grandi dighe vengono finanziati dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale e sono affidati alle imprese multinazionali americane, europee e giapponesi che traggono profitti dalla costruzione, dalla gestione e dalla consulenza, con il risultato che le popolazioni locali spesso risultano più indebitate di prima.
(L'acqua rubata: dalla mafia alle multinazionali).

L'espressione "lobby dell'acqua" è ovviamente respinta al mittente da queste realtà. Secondo quanto riferito da Giuseppe Altamore (I predoni dell'acqua), durante il vertice di Johannesburg addirittura la Suez Ondeo distribuì un suo pamphlet, La vraie bataille de l'eau, per dimostrare che noi non siamo mercanti d'acqua. Noi non vendiamo un prodotto, ma assicuriamo un servizio. Nell'introduzione, il presidente e direttore generale Gérard Mestrallet scriveva: Il diritto universale all'accesso all'acqua deve essere riconosciuto. Il nostro lavoro consiste nel far sì che ogni giorno questo diritto sia una realtà.... Del resto, se nella cultura politica europea "lobby" è ancora una categoria intrinsecamente negativa, non è così, poniamo, negli U.S.A., dove fare lobbing ossia pressione a favore dei propri interessi (attraverso l'opinione, l'azione esercitata sulle scelte legislative ecc.) è qualcosa di ammesso come naturale e legittimo. Che poi chi ha mezzi economici e di pressione possa esercitare maniere più efficaci di lobbing, che insomma la lotta non sia ad armi pari, non sembra preoccupare più che tanto il pensiero politico di oltreoceano (ma, si sa, noi europei siamo così dannatamente giacobini...).

Lobby o non lobby, le grandi aziende dell’acqua hanno fatto leva sul fatto che, com'è innegabile, a livello mondale la gestione "pubblica" dell'acqua aveva brillato per comportamenti irresponsabili e omertosi, o, nel migliore dei casi, era spesso soggetta a più o meno forti deficit. A partire dagli anni Ottanta, quando il pensiero neoliberista dei "Chicago boys" ha cominciato a fare breccia negli organismi internazionali come la Banca Mondiale, questi gruppi hanno pertanto messo in atto un'opera di pressione e convincimento, il cui scopo era quello di dimostrare che in quanto società private erano "più brave" ad amministrare l'acqua proprio perché la loro finalità era di trarne un profitto; opera di pressione e di convincimento che non si saprebbe come definire, se non lobbistica: ricordiamo che, secondo quanto riferisce Giuseppe Altamore (I predoni dell'acqua), alla fine degli anni Ottanta Jérome Monod, all'epoca presidente della Suez Lyonnaise des eaux, diventò consigliere speciale di James Wolfensohn, presidente della Banca Mondiale.

Ribadiamo qui che non ci sembra che "profitto" sia qualcosa da demonizzare, a meno di non voler cadere in una forma di fondamentalismo opposta e simmetrica ai laudatori del "privato è bello" sempre e a tutti i costi. D’altra parte gli sponsor delle operazioni di privatizzazione concluse a vantaggio di gruppi come l’Acea possono sostenere che un razionale esercizio del bene acqua presuppone competenze e investimenti su larga scala impensabili per le piccole municipalizzate di un tempo. Tuttavia non si può evitare di fare alcune osservazioni:
  • Una forma societaria la cui finalità dichiarata è quella di produrre profitto sarà portata a muoversi con strategie diverse da quella la cui finalità è puramente l'erogazione di un servizio.
  • Tutte queste realtà sembrano malate di grandeur e tendono visibilmente ad estendere il loro campo di attività e la loro mission, trasformandosi in società di pluriservizi e/o presenti in vari settori economici, della comunicazione ecc, creando sovrapposizioni e conflitti la cui ricomposizione può andare a scapito dell'utenza. Poniamo il caso che, come è successo con la Vivendi (direttamente o indirettamente), abbia o abbia avuto interessi sia nella gestione di un acquedotto come quello del Burkina Faso (dovendo avere a cuore, in teoria, la prudente amministrazione del bene, nella fattispecie il controllo sul prelievo dalle proprie falde), che nelle acque imbottigliate (avendo interesse ad assicurarsi il maggior prelievo possibile, e al minor costo possibile, dalle stesse falde).
  • Infine, ammesso che il controllo pubblico sia efficiente nel caso del cosiddetto "modello francese" di partenariato pubblico-privato che va così di moda anche dalle nostre parti, ammesso che la pluralità di interessi e destinazioni sia usata per un uso adeguato del bene acqua, la stessa forma societaria, S.p.A. e simili, non prevede forse la possibilità di acquisizioni e "scalate" da parte di soggetti meno bene intenzionati ?
Il risultato, in ogni caso, sembra essere stato quello di un progressivo e generalizzato aumento del costo dell’acqua. Un aumento che può avere conseguenze, diciamo, seccanti per un cittadino europeo; ma che sicuramente ha conseguenze devastanti per un abitante del Burkina Faso.