Acqua dei popoli, acqua in movimento
- Il valore dell'acqua
- Le guerre dell'acqua
- Le lobby dell'acqua
- Idromafia
- L'acqua in Italia e in Toscana
- Kerala e Cochabamba contro i colossi dell'acqua
Le guerre dell'acqua
I grandi capovolgimenti del XVI, XVII e XVIII secolo hanno riguardato soprattutto i sistemi di proprietà, di divisione e di utilizzazione della terra, mentre le rivoluzioni del XIX e XX secolo sono state fatte sui problemi della proprietà, dell'appropriazione, della divisione e dell'utilizzazione delle risorse energetiche (carbone, petrolio, elettricità). (Marco Bersani: In guerra per l'acqua ? pubblicazione on line 5 giugno 2003 sulla pagina di Attac Italia).
Guerre fra chi ? Sono le organizzazioni economiche mondiali "istituzionali" (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, World Trade Organisation), di produttori (Opec) o di entità sovranazionali (come l'Unione Europea), e non gli stati nazionali, a dettare le regole di utilizzazione e distribuzione delle risorse in questa fase definita “neoliberista” (ma la reltà è forse un’altra) della globalizzazione, sulla base di rapporti che si stabiliscono tra i nuovi soggetti e il mercato, su scala internazionale e mondiale; regole e decisioni in grado di scavalcare il "vecchio ordine" degli stati-nazione, se si dà il caso che questi siano paesi poveri, indebitati, endemicamente bisognosi di aiuto, soggetti alle pressioni degli organismi internazionali che erogano credito e aiuti solo a certe condizioni, come la privatizzazione dei servizi. Ma ciò non elimina certo, anzi, le cause di guerra fra stati-nazione, "imperi", nazioni-etnie; tutt'altro.
Com'è noto, le voci più autorevoli dell'Onu preconizzano da tempo che il XXI secolo sarà il secolo delle guerre dell'acqua. Questo perchénell'attuale fase di globalizzazione neoliberista, il tentativo di trasformare tutti i beni comuni naturali in beni economici sottoposti alle leggi del mercato fa dell'acqua un enorme business, destinato a crescere progressivamente. Basti pensare che solo per la sua distribuzione, il volume di affari è pari ad oltre 400 miliardi di dollari l'anno, una cifra equivalente al 40% del settore petrolifero e maggiore di un terzo rispetto al valore del mercato farmaceutico totale. Se l'acqua rischia dunque di 'petrolizzarsi', ovvero di divenire l'oro blu del XXI secolo, è evidente come intorno a questa risorsa di base si giochino sempre più conflitti legati all'appropriazione della risorsa e al dominio geo-politico, che possono anche sfociare in vere e proprie guerre militari. Attualmente sono almeno cinquanta i conflitti internazionali in corso legati alla proprietà, alla spartizione e all'uso dell'acqua: dal bacino cisgiordano che vede Israele, Giordania, Libano e Siria disputarsi il possesso dell'acqua - e acuire un conflitto storico legato all'autodeterminazione del popolo palestinese - alle dighe sul Tigri e l'Eufrate che oppongono Turchia ad Iraq e Siria; dal bacino del Mekong (Cambogia, Thailandia, Laos e Vietnam) al delta dell'Okawango (Namibia, Angola, Bostwana). E via via attraverso tutti i continenti, Europa inclusa.Certamente però questi conflitti tra nazioni si inaspriscono, si avvitano, diventano difficilmente componibili proprio perché si inquadrano nel più ampio contesto politico-economico della globalizzazione e delle politiche di potenza. Concentriamo la nostra attenzione solo su Medio Oriente e Mesopotamia. Il piano di grandi opere idriche di un alleato storico degli U.S.A., la Turchia, il cosiddetto Guneydogu Anadolu Project (GAP),
(In guerra per l'acqua ?).
è destinato ad irrigare milioni di ettari per monocolture intensive funzionali alle imprese turche e americane: 22 dighe, 19 centrali idroelettriche e un numero sterminato di gallerie, canali e altre opere d'irrigazione sul Tigri, sull'Eufrate e sui loro affluenti. La diga di Ilisu, sul fiume Tigri, al confine con la Siria, allontanerà 78mila persone dalla regione curda e distruggerà la città storica di Hasankeyf. Quando il Gap sarà completato (32 miliardi di dollari), l'Iraq vedrà la sabbia del deserto riconquistare la massima parte dei suoi 11 milioni di terra arabile. Le dighe già costruite, prima tra tutte quella di Atatürk (1990), una delle più grandi del mondo (48 milioni di m³), hanno provocato un aumento di salinità e di inquinamento sui terreni iracheni, proprio nel momento in cui l'embargo vieta l'importazione di qualsiasi tecnologia di bonifica. Il Tigri che nasce nella parte nord-orientale della Turchia e scorre per i tre quarti attraverso l'Iraq è quasi proprietà privata della prima. Per l'Eufrate si può dire lo stesso. Il Ministero iracheno dell'Agricoltura, la Fao, l'Unicef sono concordi nel sostenere che per ogni miliardo di metri cubi d'acqua che la Turchia tratterrà nella regione del Kurdistan, l'Iraq perderà 62mila ettari di terra agricola.Nota bene: la ricostruzione del sistema idrico iracheno è già stata affidata dal Pentagono alla Bechtel, la stessa della nota faccenda della diga di Cochabamba in Bolivia...
(Maria Teresa Palamà, "La Jihad dell'oro trasparente", pubblicazione on line, 26 marzo 2003 sulla pagina della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, numero speciale sull'acqua).
In Israele, Palestina, Siria, che dipendono dal sistema idrico del Giordano, qualsiasi tentativo di deviare o sfruttare ai proprio fini le acque del Fiume Verde alimenta i conflitti. Nel conflitto israelo-palestinese l'acqua ha svolto e svolge un ruolo rilevantissimo. Concreto e simbolico. Perché, com'è noto, "far fiorire il deserto" è fin dall'Ottocento uno dei grandi motivi conduttori del sogno e poi del progetto politico del ritorno degli ebrei in Israele dopo la diaspora secolare (e tanto più dopo la Shoà). Israele, in effetti, in molti casi il deserto l'ha fatto fiorire: ma oggi sappiamo da mille esperienze che se si superirriga una zona si determina siccità e salinità delle falde in un'altra limitrofa. Una delle accuse ricorrenti dei palestinesi a Israele è proprio quella di predazione delle acque:
il notevole squilibrio nella distribuzione dell'acqua favore dei coloni è un potente combustibile che ha alimentato la prima Intifada e continua ad alimentare la seconda. Infatti l'occupazione israeliana impose drastiche restrizioni ai palestinesi per lo sfruttamento e l'amministrazione dei corsi d'acqua che, fino al 1982, fu affidato alle autorità militari. Dal 1982 l'amministrazione dell'acqua nei Territori occupati spetta alla compagnia idrica israeliana Mekorot. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Israele e l'Olp prevedevano l'accesso autonomo all'acqua per la futura Autorità Nazionale palestinese, ma il naufragio del processo di pace ne ha impedito la realizzazione.E abbiamo considerato solo un pezzo di mondo. Si potrebbero fare i casi dei contenziosi fra nazioni creati dal Nilo, che potrebbe provocare una vera e propria guerra dell'acqua fra Etiopia, Uganda, Sudan e Egitto; dal delta dell'Okawango, il cui sfruttamento oppone Namibia e Botswana; da molti altri corsi d'acqua. Ma a chi appartiene l'acqua del Nilo, del Tigri ed Eufrate, del Mekong?
(Enzo Arcieri, "Un fiume di rabbia", pubblicazione on line 26 marzo 2003 sulla pagina della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, numero speciale sull'acqua).
Ai Paesi che si trovano a monte del bacino, e che appellandosi al principio della sovranità territoriale assoluta, si arrogano il diritto sovrano di farne l'uso che vogliono? O ai Paesi che si trovano a valle del bacino, e che, al contrario, affermano il principio dell'integrità territoriale assoluta, in base al quale chiedono il diritto di beneficiare di una portata naturale continua dei corsi d'acqua che li attraversano?
(In guerra per l'acqua?).
E' evidente che il vecchio quadro costituito dagli stati-nazione è inadeguato, perché in esso si bilanciano, senza che un principio superiore possa dirimerle, le rivendicazioni di più stati-nazione, "l'un contro l'altro armati" e ben intenzionati a cavare il possibile dalle future concessioni di fiumi, falde e sorgenti alla lobby internazionale dell'acqua. La Convenzione di New York del 1997 stabilisce al riguardo il principio della sovranità territoriale limitata ed integrata, il principio della comunità d'interessi e il principio dell'uso equo e ragionevole: l'acqua è bene comune transnazionale, da gestire secondo criteri socialmente condivisi.
Ma è del tutto evidente che per poter percorrere tale strada, occorre che l'acqua sia considerata bene comune non negoziabile, e sia gestita dalle comunità territoriali: la privatizzazione della risorsa acqua, con il conseguente dominio delle multinazionali rivolto allo sfruttamento economico della risorsa, non potrà che moltiplicare le diseguaglianze nell'accesso alla stessa ed alimentare i conflitti e le guerre per la relativa appropriazione.
(In guerra per l'acqua?)