Debunking myths

3 modi in cui l’uomo ha creato la povertà

Questo articolo è la traduzione dell’originale 3 ways humans create poverty, pubblicato per la prima volta nel 2015 su Fast Company. Gli autori sono Jason Hickel, Joe Brewer, and Martin Kirk. 

Questo è un anno importante per chiunque si interessi – o sia finito nella trappola della – povertà e dell’ineguaglianza estrema. É l’anno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, discussi a New York, in Settembre. Al momento, decine di migliaia di persone – dalle ONG ai governi, fino alle imprese- li stanno negoziando. E stanno anche tentando di ottenere la vostra attenzione. La storia, fondamentalmente, è questa: abbiamo dimezzato la povertà negli ultimi 15 anni, e possiamo sradicarla del tutto 2030, se tu accetti noi e la storia che ti raccontiamo. [A proposito di questa affermazione si veda il nostro articolo: No, il libero mercato non riduce la povertà]

Tuttavia c’è una falla, nella storai: un’omissione sul vero obiettivo della missione e della logica sottostante, e cioè che – a meno che non sia scoperta e corretta- tutti gli sforzi saranno concentrati sul far sì che il business prosegua come al solito, cosa che, semplicemente, non può portare al mantenimento delle mirabolanti promesse.

L’informazione mancante è la seguente: la povertà di massa, al livello globale a cui la vediamo oggi (ad esempio: 4,3 miliardi di persone vivono con meno di 5$ al giorno, il minimo necessario, secondo le Nazioni Unite, per una vita salutare) è creata dalle persone. In altre parole: non è un fatto naturale, una sorta di nemico comune che esiste, come per magia, al di fuori di noi e separato dalle cose buone. Esattamente come è stato il genere umano a creare un’enorme quantità di ricchezza, è sempre il genere umano ad aver creato anche il suo opposto, cioè la diffusa povertà. Non si possono separare le due cose. E finché questa verità non sarà accettata, rimarremo intrappolati in risposte parziali e molto limitate.

Abbiamo sottolineato questo fatto in un articolo su questo sito poche settimane fa: 4 cose che tu probabilmente sai sulla povertà, ma che Bill e Melinda Gates non sanno, e quel pezzo ha indirizzato molte persone su una cattiva strada. È comprensibile che all’inizio ciò sia contro-intuitivo perché sembra sfidare la logica di base. La ricchezza è qualcosa, e la povertà non è nulla. La ricchezza è il risultato dell’azione, ergo la povertà è ciò che esiste prima o in assenza di azione. In altre parole, la povertà deve essere uno stato predefinito.
Giusto?

Il problema, in questa intuitiva teoria sulla povertà, è che ignora il contesto – dalla qualità dell’istruzione ricevuta a questioni come il privilegio di razza e genere, o la salute fisica e mentale, la fortuna, il caso e molto altro. Ancor più importante di tutto ciò, comunque, è il fatto che questa teoria finge che ciò che è accaduto ieri non abbia alcuna conseguenza sull’oggi. Ma quando si parla di sistema economico e di povertà di massa, per “ieri” s’intende decenni e secoli. Se non ci poniamo in quest’ottica di visione sul lungo periodo, non comprenderemo mai nulla per davvero.

Perché tutto ciò è così importante? Perché è impossibile risolvere un problema così intricato come la povertà di massa senza prima capire come si è arrivati a questo punto. Ci sono tutte le ragioni per credere che si possa riuscire a sconfiggere la povertà, a patto che ci si prenda un po’ di tempo per capire e imparare qualcosa dal passato sul come essa sia nata.

Ecco dunque tre modi in cui è stata creata la povertà di massa.

1: Privatizzare i Beni Comuni (Commons)

Prima della Rivoluzione Industriale inglese, la maggior parte della popolazione europea era composta da contadini. Tendiamo a immaginare che la loro vita fosse abbastanza misera; dopotutto, è difficile essere più poveri di un contadino, giusto?

Beh, è vero che i contadini europei non avevano lo stile di vita consumistico che diamo per scontato oggi. Eppure avevano la cosa più importante in assoluto per determinare il proprio futuro: un accesso sicuro alla terra per coltivare il proprio cibo. Avevano accesso alla terra “comune”, che era gestita collettivamente per scopi di sussistenza: pascoli per il bestiame, legname per costruirsi una casa, nonché per riscaldarsi e cucinare. Non erano ricchi, ma godevano di diritti di base per l’abitare, protetti da una tradizione secolare.

Tuttavia questa sicurezza venne messa sotto attacco nel XVII e XVIII secolo. I mercanti ricchi e gli aristocratici dettero inizio ad una sistematica campagna di privatizzazione dei beni comuni, cacciando i contadini dalle loro terre, trasformate poi in vasti allevamenti di pecore per la fruttuosa industria della lana. Questo fenomeno è conosciuto col nome di enclosure, e gli storici lo ritengono l’atto di nascita del capitalismo così come lo conosciamo oggi.

Milioni di persone furono sfrattate a forza, creando una monumentale crisi umanitaria. Per la prima volta nella storia inglese, la parola “povertà” entrò nell’uso comune, usata per descrivere le masse di persone che – letteralmente- non avevano di che sopravvivere. Si riversarono in città come Londra, affollandosi in baraccopoli, ispirando i più cupi romanzi di Dickens.

Il fenomeno dell’enclosure guadagnò ancora più potenza quando divenne chiaro che offriva un ulteriore beneficio: i contadini impoveriti andarono a costituire quella massa di forza-lavoro a basso costo che era il “carburante” necessario alla Rivoluzione Industriale, perché non avevano altra scelta che accettare delle condizioni di lavoro semi-schiavile e salari da fame nelle fabbriche. Perfino i bambini piccoli venivano mandati a lavorare nelle fabbriche, da famiglie disperate che non riuscivano a sopravvivere. E più persone venivano sfrattate dalla terra, più le paghe si abbassavano.

Lo storico dell’economia Karl Polanyi ha definito questo periodo “la grande trasformazione”.

2: Esternalizzare il problema

Ok, forse il capitalismo delle origini produsse povertà in Inghilterra come condizione iniziale, ma dopo questo esordio di fuoco tutti cominciarono a diventare più ricchi.
Giusto?

Non c’è dubbio che la gente comune – in Inghilterra come nel resto d’Europa- abbia incrementato la propria ricchiezza negli ultimi secoli, e che la qualità della vita sia radicalmente migliorata. Ma la crisi umanitaria non è svanita nell’aria: è stata semplicemente esportata all’estero.

Esasperata dalle enclosure e dalle miserabili condizioni di sofferenza nella fabbriche, la classe operaia inglese cominciò a ribellarsi, e dal XIX secolo il Paese fu sull’orlo di una guerra di classe. Gli industriali inglesi capirono che, se non volevano sacrificare il loro potere appena scoperto, l’unico modo per risolvere le tensioni sociali era trovare nuove fonti di ricchezza all’estero, e nuove terre e opportunità per il nuovo “surplus” della popolazione del Paese.

E questo è ciò che è passato alla storia come colonialismo. Le terre e le risorse furono accaparrate (origin. “grabbed”) in America, India e Africa ad un ritmo impressionante, e la ricchezza fu “incanalata con l’imbuto” (origin. “funneled”) in Europa, dove, a partire dagli anni ‘40 del ‘900, fu usata per costruire ospedali e scuole, e migliorare complessivamente la vita alle classi “inferiori”.

L’accaparramento di terre (land grabbing) nell’America settentrionale provocò l’esproprio dal continente delle popolazioni indigene: decine di milioni di persone morirono di fame o di malattie. In Africa, i capitalisti europei capirono che l’unico modo per costringere gli africani a lavorare nelle loro piantagioni e miniere era appropriarsi delle loro terre e imporre le tasse. Popoli che per migliaia di anni avevano coltivato le loro terre si trovarono per la prima volta costretti a vendersi per paghe da fame semplicemente per sopravvivere – esattamente come era successo in Inghilterra poco prima.

E poi ci fu l’India. Durante il 19esimo secolo, i colonizzatori britannici tassarano i contadini idniani per costringerli a coltivare grano destinato all’esportazione in Inghilterra. Inoltre privatizzarono le foreste e i sistemi idrici su cui gli indiani basavano la propria sopravvivenza durante le stagioni della pioggia. Così, quando un periodo di siccità colpì l’India nel 1876, più di 30 milioni di indiani morirono di fame. Eppure, di cibo ce n’era in abbondanza: le esportazioni di grano dall’India alla Gran Bretagna crebbero del 300% durante questo periodo. Lo storico Mike Davis ha affermato che il sistema mercantile britannico fu diretto responsabile per questo “olocausto”.

3: Il paradosso del “libero mercato”

Siamo d’accordo che il colonialismo è stato una cosa terribile, ma per fortuna è praticamente finito negli anni ‘50. Da allora in poi, ci siamo tutti concentrati sullo sviluppo e la riduzione della povertà nei Paesi poveri.
Giusto?

Dopo l’ondata di colonialismo c’è stato un periodo in cui le cose hanno effettivamente cominciato a migliorare, per i Paesi poveri. Durante gli anni ‘60 e ‘70 questi Paesi hanno fatto un uso prudente di barriere tariffarie e sussidi per costruire le loro economie, con notevoli risultati. I redditi sono saliti rapidamente, e il divario con i Paesi ricchi ha cominciato a diminuire. Infatti alcuni di questi Paesi hanno raggiunto un livello di benessere quasi uguale a quello dei Paesi occidentali.

Tuttavia, queste due decadi di speranza sono state spazzate via negli anni ‘80. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno iniziato ad imporre “programmi di aggiustamenti strutturali” ai Paesi in via di sviluppo come condizione preliminare per ricevere finanziamenti internazionali. Questi programmi hanno costretto i Paesi poveri ad abbandonare tariffe e sussidi, richiedendo loro di privatizzare la maggior parte dei servizi pubblici e asset a imprese straniere.

Secondo la teoria – popolare a quei tempi- del “libero mercato”, tutto ciò avrebbe migliorato la crescita economica. Ma accadde esattamente l’opposto. La crescita del reddito pro-capite fu rallentata, passando dal 3,2% allo 0,7% annuo. Nell’Africa sub-sahariana, il PIL si contrasse del 10%, e il numero di persone che vivevano in povertà assoluta raddioppiò. È difficile esagerare il grado di sofferenza umana che questi numeri rappresentano.

In modo simile, nel 1994, il North American Free Trade Agreement (NAFTA) costrinse il Messico ad abbattere le barriere tariffarie sulle importazioni dagli Stati Uniti. Così il grano statunitense, a basso costo, arrivò in messico, e due milioni di contadini furono costretti ad abbandonare le loro terre. Molti non ebbero altra scelta se non quella di cercare lavoro nelle aziende sfruttatrici che sorsero lungo il confine. [Per approfondire si veda il nostro articolo sul NAFTA]

Nel 2004, i Messicani che vivevano in condizioni di povertà erano 19 milioni in più rispetto al periodo pre-NAFTA. Oggi, più di metà della popolazione vive sotto la soglia di povertà, e il 25% non ha accesso al cibo di base.

E, nel caso in cui fossimo presi dal dubbio che si stia, finalmente, per cambiare strada, al momento c’è un’intera gamma di nuovi trattati commerciali che vengono discussi, e che hanno proprio il NAFTA come prinicpale ispiratore. Il Trans-Pacific Partnership (TPP) e il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) sono in corso di negoziazione proprio ora (l’articolo è del 2015, n.d.t.), e, se passano senza grosse correzioni saranno presi come modello per tutto il mondo.

Quando consideriamo questi percorsi, che hanno di fatto creato la povertà nei secoli, diventa chiaro perché la storia raccontata dai governi dei Paesi ricchi, dalle organizzazioni filantropiche e dalle no-profit – sia nel modo in cui raccontano il problema quotidianamente sia attraverso i grandi manovratori come gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile- è così limitata.
Il loro focus sulla carità e sugli aiuti esteri rivela una comprensione molto parziale del problema, ed offre una soluzione così semplicistica che dovremmo chiederci quali interessi abbiano davvero a cuore. Se abbiamo una qualche speranza di risolvere il problema della povertà di massa, dobbiamo in primo luogo ripensare le strutture e i sistemi che l’hanno causata.

In modo molto più efficace, questo processo di creazione della povertà – cioè lo sfruttamento coatto di beni comuni a beneficio delle elite finanziarie- è esattamente ciò su cui i recenti movimenti sociali hanno focalizzato l’attenzione. Occupy Wall Street, la Primavera Araba, le rivolte in Africa, e anche i nuovi partiti politici anti-austerità in Spagna e Grecia hanno una cosa in comune: riconoscono che l’unico modo per far sì che un piccolo gruppo di persone diventi oscenamente ricco è che altre enormi masse siano mantenute costantemente povere.

Questa fredda logica di creazione di povertà ci dice ciò che dev’essere fatto. Prima ancora di ossessionarci su grosse quantità di aiuti esteri, o fingere che questi possano risolvere problemi sistemici, dobbiamo concentrarci sul cambiare le regole del sistema economico, per renderlo più inclusivo, partecipato e focalizzato sulla creazione benessere, anziché sulla semplice estrazione di più ricchezza aggregata, e più responsabile per quei miliardi di persone che, al momento, non traggono alcun beneficio dalle regole attuali.
In questo modo la povertà potrà realmente essere sconfitta.